UN ISTANTE QUALUNQUE

L’attraversamento pedonale ci riunisce in un piccolo gruppo davanti alle strisce bianche a guardare l’omino rosso dall’altra parte della strada.
Un ragazzo con i capelli rasati ciondola con il guinzaglio in mano. Avrà circa trent’anni e il suo cane, un maremmano affettuoso, scodinzola e lecca dove può.
Una signora anziana, paffuta e grintosa, si piazza solida sulle gambe e rulla le due borse piene della spesa. Odori di cipolle e basilico.
Una giovane mamma, bionda, longilinea, sistema il cappellino al suo bambino di pochi mesi che guarda angeli e persone nel suo passeggino sportivo blu.
Un uomo di circa quarant’anni in completo grigio con le dita ingiallite dal fumo e la ventiquattrore di pelle tende i muscoli del collo, fa un passo, smadonna  e si accende una sigaretta.
Dal muro dall’altra parte del marciapiede nascono fiori tra i mattoni, di lilla e di giallo, cirsio e cinquefoglio, senza prato, né cure, gambi di terra.
Arriva un ragazzino in jeans, maglietta e cellulare, che s’infila tra il cane e la signora biascicando un rap.
Si aggiunge al finale un turista smanicato, bruno e aitante che sfoglia la sua guida in inglese, lanciando lunghe occhiate a quegli italici assemblati.
Un africano si accosta e prova a venderci  calzini, ma scatta il verde, il cambio degli omini.
L’istante si trasforma nel seguente.
Vite diverse  insieme per sorte breve, un pellegrinaggio di pochi secondi per una meta senza attrattiva, il marciapiede di fronte. Ma camminiamo veloci in gruppo fino alla dispersione sull’altro lato della strada, piramidi, coni, poliedri e prismi, che ognuno inventa le sue forme.
Sosto davanti al muro di mattoni che si frastaglia di buchi, terra, polvere e fiori.
I pellegrini del semaforo continuano lo scambio delle parti frettolosi, privi di rammarichi,   popolo di città senza piume e senza unghie, glabri di profumi e canti.
A mezzanotte il semaforo si spegne, l’omino verde e rosso se ne va, cala il cielo e corrono gli dei, le ombre e i sogni.

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CASSANDRA TODAY

<<Popolo di Troia il tempo vi consuma le carni e i pensieri. Non ascoltate carmi, né preghiere, né le voci degli infanti. Inventori di computer e luci, neon, panini e slot machines. Vessati da follia, solitudine e tralicci, nella briglia di una corsa che aggruma i giorni>>
Il vento trascina eroi alla strada del coraggio, vincolati  agli antichi voti e al primo pianto.
Lascio finire il  giorno al conteggio delle bacche di ginepro cresciuto alto davanti alla  porta, fusto di resina e bellezza, che cura il corpo da tanti mali, consolida la terra e lascia i rami al canto degli uccelli.
Non vedete che si è imbrigliata l’anima al cavallo, quello che oramai ha trapassato le mura dalla pietra gialla  che proteggeva i tempi della pace. Le mura fondate al trabocco della vita, che disegnano arte e sgravano i dolori, dialettano la sera  con gli dei,  e sfidano le menti alla sapienza. Le mura che nemmeno Crono osa varcare perché l’uomo è artigiano di se stesso.
Giacciono agli angoli poveri e infelici, improperi e brame, vigliacchi e rinnegati che le donne sgravano senza sapere che cuore avrà quel figlio né di che misura sarà la sua conoscenza.
Invasi senza terra nel trionfo di un cavallo che non è arciere, né potenza, ma solo dozzinale lemma di quotidiani codici. Felicità d’assalto, di omologate voci e pochi profumi. La copia di ogni uomo che in acqua vede  un riflesso.
Di primavera risorgono alla foce del cuore gli uomini nuovi, di figlie e sorelle, di madri e dei, s’impastano alla tela eterna, che la fortuna è un gemito di Dio.

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CHILD

Un giorno Dio, di ritorno da uno dei suoi giri tra gli universi, decise di andare a parlare con suo cugino che era sempre Dio. Finì di mettere in ordine, per quel che poteva, le cose della terra, avviò una lavatrice, che i panni del mondo non gli uscivano mai puliti e spazzolò l’intelligenza umana consapevole che tutti quei grovigli, dubbi, indecisioni, ideali ed illusioni, che rivestivano l’uomo, avessero bisogno di un intervento ben più energico di una spazzolata, ma aveva fretta, pure  Lui,  e si mise in viaggio. Si ricordò che una volta aveva mandato pure suo figlio  Yeshua a dare una mano. E lui giramondo, cantastorie e capellone, ma tanto di buon cuore, fece del suo meglio, ma non bastò.
E se avesse sbagliato nella fattura?  Certo il programma evolutivo prevedeva questo e quello, il doppio e il suo contrario, vita e morte, l’alterità per eccellenza, ma forse aveva esagerato.
Nel suo minuto di viaggio, usò il teletrasporto, e Lui lo sa fare bene,  si ritrovò nella giuntura tra due mondi,  dove abita il cugino che sedeva tra un esagono di stelle e un buco nero.
<<Ciao Dio.>> disse sedendosi accanto a Lui.
<<Ciao a te cugino.>> L’altro Dio gli sorrise benevolo.
<<Ti ricordi quel vecchio discorso?>> Dio sospirò parlando mestamente.
<<Il solito?>> L’altro Dio ammiccò facendogli l’occhiolino.
<<Sì, il solito. Ti sembra una buona idea fare un esame genetico?>> Dio era titubante, ma sempre Dio.
<<E a che ti serve?>> L’altro Dio iniziò ad interessarsi sul serio della questione.
<<A vedere se sono il Padre.>> E Dio rimase pensieroso.
<<Perché non te lo ricordi?>> L’altro Dio si preoccupò sul serio.
<<Sì, ma era tanto tempo fa. Se mi ricordo male? E se l’uomo non l’avessi creato io?>> Era una domanda che ogni tanto si poneva per riflettere meglio su tutta la faccenda.
<<Non mi assomiglia mica.>> Sbuffò con forza mentre l’altro Dio riceveva una telefonata da un cherubino.
<<Sei sicuro che non ti assomiglia?>> La telefonata era finita.
<<Guarda un po’ tu.>>
Dio e l’altro Dio si misero a guardare lo scenario del mondo.
Oltrepassarono il tempo.
E Dio scordò la domanda perché si era immerso nella scena di un bambino che dava da mangiare briciole di pane ad un passerotto. Uno dei suoi film preferiti.
Si illuminò la via lattea e morì una stella.
Dio salutò il cugino l’altro Dio e tornò ad occuparsi di tutti i suoi universi, ma della terra in particolare. Certo i panni sono opachi e l’ignoranza stinge le menti dell’uomo, ma come resistergli quando é bambino che corre saltellante  dietro ad una foglia, lacrima per un brutto sogno, ride alla vista di una farfalla, bacia la foto della nonna, aspetta Babbo Natale, mette le mani nel gelato, vuole la favola della buona notte, pasticcia con la terra e così piccolo, per un innato senso di bontà, che chissà poi dove finisce, sa fare cose grandi e  butta le braccia al collo dicendo:<<Ti voglio tanto bene.>>

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Profumi a prato verde

<<Ciao, sono il nuovo vicino.>> Accanto a me una roba tonda, un po’ strana
<<Quando sei arrivato?>> Gli parlo con voce tenera, magari si è perso.
<<Mi hanno messo qui ieri. E’ stato il figlio del contadino>>
<<Come ti chiami?>> Mi giro per guardarlo meglio.
<<Pesco.>>  Sono contento che il coso tondo sia socievole.
<<Io mi chiamo Rosa e  mi ha portato il vento.>>
<<E’ uno sport estremo?>>
<<Cosa?>>
<<Questa roba del vento?>>
Rosa è una pallina arancione con un ciuffo in testa e mi guarda perplessa.
<<Ma no, è un iter banale.>> Ma certo che è strano questo” robo”.
<<Sei vecchio?>>
<<Vecchio? No, sono giovane, perché?>>
<<Perché hai le rughe.>>
<<Non sono rughe, sono tratti di famiglia.>> Mi dondolo sul guscio, fiero dei miei antenati.
<<Ah, da piccoli siete tutti così? Chissà allora come diventate da vecchi.>>
E scoppia a ridere senza freni.
<<Guarda che io divento un albero.>>  Gonfio offeso un torace che non ho.
<<Non ci credo, fammi vedere.>>
<<Non lo posso fare subito, ci vuole tempo.>>
<<Sì, dicono tutti così e poi vanno via.>>
<<Tutti chi? Io non posso andare via.>>
<<Sai quelle storie di maschi e femmine. Sentiamo perché tu non dovresti andare via.>>
<<Perché mi tiene la terra.>>
Rosa rimane un istante assorta, poi con i suoi occhi (da qualche parte deve avere gli occhi) a pallina, si gira intorno a guardare.
Terra. Morbida, marrone, pastosa, umida, saporita, seducente, organizzata, maestosa.
<<Anche a me tiene la terra.>>
<<Allora da grandi ci possiamo sposare.>> L’ho detto tutto d’un fiato come nei film.
<<Sposare? Io e te? Ma non siano uguali.>>
<<Sei contro l’uguaglianza delle razze?>> Adesso mi sto scocciando, questa rosa se la tira.
<<Ma no, solo che io ho i petali, tu avrai un grande fusto di legno e sarai molto più alto, farai pesche che mi cadranno in testa e a primavera ti nasceranno fiori rosa bellissimi.>>
<<Ho sempre sognato di sposare una rosa. Hai quel giro di petali che mi da le vertigini. Sei così trionfante, snob,  perfetta, eccitante.>>
Giorni. Di tempi e di memoria. Stagioni che triturarono i due semi. Di sole e di neve. Arsura e primavera.
E furono Rosa e Pesco.
Sposati il dì di luglio 11 a prato verde, sulla collina, petalo a petalo, foglia a foglia, profumo a profumo, tersi di luce e di bellezza.

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Gennaio

Ho sempre considerato Sisifo arguto, spavaldo e anche sagace. Ben rivestito dei suoi panni terreni, vendicativo, furbo, appassionato e geniale nel toglierci la morte di dosso, ma mezzo uomo e quindi impari di forze con l’Olimpo così che da tempo immemore se ne va su e giù con quel suo masso, gioco di un moderno luna park senza diversivo né compagnia. Noi qui rimasti creta, deperibili e affannati, a rotolare le nostre pietre personali nei cicli che l’eternità decide senza grazia né consulenze.
Ah, lo spazio meraviglioso della discesa, quando il sasso se ne va da solo per la sua strada, non più nostro, solo ruota. Il tempo piccolo di un riposo, dall’alto della cima, potenti e un po’ ubriachi per i tanti orizzonti, sciolti dai voti antichi, dai ruffiani errori di famiglia e i pegni delle distrazioni, consolati da un tramonto o da una prima alba, che la bellezza dura poco, ma redime dolori, spaventi e solitudine.

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FIGLI DI OGNI DIO

                                   

Racconto vincitore della terza edizione Terzo Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2011 (Sezione Narrativa)

Sono nato su un barcone il 26 marzo.

Non avevo terra, né patria, ma brividi e sangue. Nacqui  vestito d’acqua,  sale, stracci e stelle. Nacqui da madre e da tanti padri che  mi presero,  spaventati e soli, in bilico tra una vita e l’altra, sfiancati, affamati, sporchi e con i sogni ben piegati nelle tasche. C’era chi pregava, chi cantava, chi piangeva, chi rimaneva in silenzio in una storia che non si sapeva come andava a finire, perché le storie figliano odori, scommesse, terrori, limitati sorrisi, incredibili verità. Ho capito quando sono diventato  grande che i desideri sono più di quanti sono gli uomini, che il futuro è un soldato errante, che la mamma ha un buon profumo e che io preferisco la pizza bianca. In quella barca senza colore, che la notte aveva tolto il colore a tutto,  eravamo così stretti da  tenerci in equilibrio tra le onde,  un solo corpo e tanti cuori. Il tempo batteva nel ventre di mia madre e non so chi mi ha fatto nascere, chi mi ha tirato fuori bagnato e nuovo.  Accanto a noi un uomo leggeva una Bibbia scolorita,  intrisa di paura e mare, molti pregavano Allah, e c’erano tante voci, non sapevo ancora che gli uomini avessero sfilacciato Dio in  tanti nomi.

Il mio nome è Abdel Karim.

Nacqui libero, destinato ad altra terra, un mondo e un colore di cielo che i miei nonni non avevano mai visto.

Ma quella notte, quando io sono nato, la vita era una scommessa, il dolore e la paura disfacevano la  barca ad ogni onda e la spuma rimaneva incollata al fiato. E gli uomini attorno a me sparivano all’improvviso, un grido e un gorgoglio, morivano come le foglie d’autunno, cadevano e si staccavano, per stanchezza, fame,  perché il mare ha braccia lunghe, perché la pietà è figlia del destino, perché  i conti di Dio circoscrivono le vite e le sirene ingoiano gli uomini di terra.

Il tempo del mare e della notte allungavano le ore e la fiacca, i rifiuti e la sete, ma l’orizzonte si piegò sui nostri occhi e qualcuno gridò: terra!

Nell’ammasso di corpi e odore, colavo le lacrime, perché ero vivo.

Mi hanno preso in tanti, il mondo era formato da mani, urla e parole, il mondo era le braccia di mia madre. Arrivammo in un’alba grigia, senza sole, mentre gli uomini dalla riva ci lanciavano gomene e si tuffavano in acqua per noi. Mi ero addormentato perché da piccolo sai fare un sacco di cose, stare fermo, mangiare, ridere, guardare e mi ero affidato al mondo, la vita mi era rimasta attaccata addosso.

Una cosa che non mi è più accaduta neanche da grande è che tutti mi sorridevano forse perché profumavo ancora di cielo.

La prima casa della mia vita era una camera grande, con altre due donne e quattro bambini. Finestre di solo vetro e sbarre, dove la luce e la notte entravano senza permesso e nessuno aveva paura del buio perché eravamo assieme, ma a turno piangevamo, un po’ io, un po’ gli altri, anche i grandi, così il dolore non rimaneva appiccicato ad uno solo.

Cendrella, una donna robusta e forte, di origine libanese, era la nostra interprete ed era  un vento delicato, tiepido e piacevole, che correva qua e là, appena la chiamavano ci dava informazioni  rassicurando gli uomini, oscurati da fatica, desideri e incertezza, con buone parole e tacendo su un futuro che non poteva promettere. Noi oramai eravamo fermi, arrivati.

Nella mia terra gli uomini sono abituati a rallentare,  perché il caldo gonfia il sangue e beve sudore, perché il tempo si ferma sulla fatica e sulla fame, sulla povertà, la polvere, i denti bianchi, le case di mattoni, le cinque preghiere del giorno, le migrazioni dei pesci e degli uccelli. Il tempo ha tanta polvere.

In quella casa  ci davano da mangiare, a me no, perché me la cavavo da solo con la mamma, ci fornivano  medicine, ci registravano, ci contavano, volevano sapere chi eravamo. Te lo devono scrivere su un foglio chi sei, non basta che ti vedono e glielo dici, devi essere scritto. Le mura si impregnavano di preghiere, invettive, sconforto e rabbia, colavano insieme alla pioggia che ci lasciava  fango e vapore  e tutti mi volevano prendere in braccio come per rassicurarsi che se ce l’avevo fatta io così piccolo, ce l’avrebbero fatta pure loro.

Sull’isola sono passati tanti giorni o così mi pareva, luce e buio si annodavano stretti dentro agli occhi, succhiavo il latte di mia madre,  avevo vestitini puliti e tante braccia che mi tenevano. Guardavo le file, le proteste, l’amarezza, le fughe. C’erano uomini che andavano via, scavalcavano cancelli, paura e giorni, e correvano in quella terra nuova ad altri orizzonti con le camicie al vento e una strisciata di libertà.

Era un paese strano quello dove eravamo arrivati, prima ci salvavano, poi ci accettavano e poi ci respingevano, eravamo contesi. Qualcuno ci voleva, qualcuno no, strana cosa gli uomini, sempre indecisi. Veniva il dottore e mi visitava, ero diventato un bene pubblico, tutti volevano sapere come stavo, se dormivo e mangiavo e se la mia salute era buona, perché io Abdel Karim ero figlio di tutti, ero la nuova speranza.  Se nasci in una barca diventi un sogno nuovo. Un giorno venne un’altra barca grande  a prenderci, altri uomini, altre case, di terra in terra e mia madre continuava a sorridermi, allora non mi spaventavo ed eravamo insieme. Un esodo di fame e desideri.

I rumori, i singulti, il russare, l’ira,  la saliva delle preghiere, il silenzio, si ripetevano come una nenia, un suono oramai abituale, sul quale mi addormentavo, briciola d’uomo in mezzo alle correnti.

Nella prima casa c’era un uomo vecchio, che tanto dopo di me erano vecchi tutti, che veniva spesso a trovare mia madre, le sorrideva e le parlava con voce bassa e dolce. Si era imbarcato per cercare il figlio, erano due mesi che non ne sapeva più niente perché il mare si era ingoiato molti figli e non sempre si trovavano i corpi. Mia madre lo benediceva sempre, ma lui un giorno rispose: “Non ringraziare me, ma Allah. Il Profeta Muhammed ha detto: “Allah gioisce se voi trattate bene le donne perché sono le vostre madri, figlie e zie”, ed io sono fortunato perché posso starti vicino”. E se ne andava inclinato a destra perché gli faceva male una gamba.

Non ha mai ritrovato suo figlio.

Non lo so come si sposta il tempo, io crescevo, cambiavo macchina, aereo, case, preghiere, vicini, amici, voci, colori, cieli. Per fortuna mia madre non la cambiavo.

Poi mio zio, ogni tanto recuperavo un parente, ha aiutato mia  madre a trovare un lavoro in una grande città, in una casa dove avevamo una stanza tutta per noi. Io già parlavo, dicevo parole in arabo, francese e italiano, ma spesso le parole mi si mischiavano e usciva fuori una strana lingua: “Je suis content di essere فيبيتلكم, a casa vostra.” E’ difficile parlare quando hai tante parole a disposizione.

Mia madre si chiama Halima e doveva mettere a posto la casa di questa signora, pulire i pavimenti, rifare i letti, mettere in ordine, cucinare. E’ un paese dove la gente non ha più tempo per pulire la propria casa, allora è meglio aiutarla, così le case sono più belle. C’era anche un bambino in quella casa, Giacomo, che aveva la mia età, cinque anni e andava all’asilo, ma in uno diverso dal mio. Io e lui potevamo fare gli stessi giochi, ma non le stesse preghiere, sennò ci sgridavano. Mia madre mi diceva che ognuno ha la sua religione. Da lì mi si è complicata la vita.

Quando mi chiedevano: “Dove sei nato?”

Rispondevo: “In barca”. E si mettevano tutti a ridere come se fosse uno scherzo, la verità ha forme improbabili.

Lo capisco quando i grandi ti sgridano perché rubi la cioccolata o prendi il gioco di un amico o non ti lavi, non mangi o non vuoi andare a dormire, ma altre cose non le ho mai capite, per me le preghiere sono come i giochi: le puoi scambiare.

A scuola dicevano che tutti gli uomini sono uguali, suppongo anche i bambini, senza distinzione di lingua, sesso, razza e religione.  ”Scura la pelle e veloce il canto”, così diceva la mamma di mia madre.

Mi è rimasto nel sangue il profumo delle erbe selvatiche, il grido del falco e gli occhi dell’antilope, le resine,  la pazienza del deserto, l’odore del mosto  e il volo antico dei migratori.

Comunque in Italia, il paese dove vivo,  parlano spesso di Gesù, uno che si trasferiva sempre, di paese in paese e non si poteva mai riposare, era nato in una grotta e lo chiamavano Figlio dell’uomo. Proprio come me, a parte la differenza che io sono nato su una barca e lui in una grotta, ed è meglio perché in grotta non ti viene il mal di mare, avevamo cominciato nello stesso modo, ma poi lui è finito male perché diceva cose che le persone non capivano, allora l’hanno ammazzato, ma erano tempi antichi, a me mica mi ammazzano se dico cose che gli altri non capiscono.

Ho imparato ad ascoltare le storie, degli uomini, di Dio, del gatto Artù, nato in una scatola, del portiere, anche lui arrivato in barca, di Giuseppe, il signore del piano di sopra che prende sempre l’aereo, di Carla, la signora per la quale lavora la mamma, che sa suonare il piano e viene dalla Francia, di Adriano, il mio amichetto di scuola nato in Spagna, di Sandro il signore povero che vive sotto la pensilina del supermercato e gli mancano due denti, di zio Fadi che ha combattuto per la libertà del mio paese, della baby sitter che ha un fidanzato olandese, del cane Moko che gira sempre libero nel quartiere, ma è del benzinaio, della signora Maria, la sarta, che è rimasta vedova, di Davide il pizzaiolo, al quale manca un dito. E ho capito che gli uomini sono tanti quante sono le stelle e nascono e muoiono nel ventre della terra dove la felicità è un legnetto in mezzo al mare che arriva sano e salvo.

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WIGWAM

 Incontropensieri sfatti e auto in corsa, foglie d’autunno, trigliceridi alti, deliri a buon mercato, piccoli anziani e grandi vecchi.
Incontrobiciclette, mamme arruffate, panni stesi, cani curiosi, cornetti caldi, cupole, bambini informatici, cuori infranti, brokers verdi o gialli o rossi,  tramonti ideali, tagliatelle fatte a mano, intrattabili mode e speculari paure.
Consacrosilenzi, poesie e dimenticanze.
Ricordole storie,  i pluri affaticati , il sistema degli inganni, i neonati, il mare sempre, le erbe selvatiche, i lasciti dell’amore e gli uomini coraggiosi.
Lascioil tempo a se stesso che contarlo mi annoia, preferisco cibarmi di profumi e di stagioni, rubare ai segreti conoscenza e miracoli, mietere alla raccolta dei sogni e slegare la memoria dalla sua leggenda.
Wigwam la mia casa nel tempo del viaggio.

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UN GIRO DI VALZER


 

Un giro di valzer e  l’infanzia era finita. Lasciati  i sogni in un cortile, tra vecchi giochi e un cavallo dorato di latta. Quattro finestre messe a filo con l’orizzonte e l’onda, da lì guardavo il mondo.
Sono rimasti sul pavimento  della strada, a piastrelle irregolari, i sogni assoluti, i vertici di perfezione,  gli eroi e  le idee inviolate.

Un giro di valzer   e il mondo era una rivoluzione, pace, amore e manifestazioni. Notti di stelle e disubbidienza, giorni di lotta, arte e passioni.

Un giro di valzer e le regole del mondo cadevano sulle poesie, i senzacasa, gli osé stupefacenti, le variabili dell’apprendere, i sorrisi della giovinezza, le utopie di pranzo e cena.

Un giro di valzer e morivano i consanguinei, si proclamavano guerre, leggi morali e si pulivano le azioni nelle cornici fosforescenti delle pubblicità. Morivano ragazzi al fronte si proclamava lo stato, i diritti, i paganesimi di ogni materia, l’affogamento di Dio.

Un giro di valzer e il passato era tanto, di terre, paesi, profumi, silenzi, vallate, esigua conoscenza, che la conoscenza è sempre poca, coraggio, che quello cuce le epoche, le storie, le religioni e il bene, esploratori persi e sacrificati, bambini e vecchi alla deriva, soli nelle corti dei potenti. Nessuno.

Un giro di valzer ed è oggi il primo autunno, quello che ancora non cede le foglie e frutta luce ad ogni ora, il tempo va ed è presente, l’azione che da celebrità al giorno, ai passi ordinari di una strada, al cappuccino, ai rammendi della casa, all’avviluppo di paura e gioia, un tempo semplice di umane storie e eroi dimenticati. 

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IL SUO RITORNO

Mi sono abbandonata alla terra, alle sue imperfezioni, i suoi lasciti  e le  stupefacenti realtà.
Mi piace tutto e nulla.
Le ambivalenze, i canti delle notte, i mestieranti, i soprani del cuore, gli illegittimi, i probi, l’ulivo e il suo silenzio.
Godo la rarefazione dei sapienti, il vento del mare, la poesia, le mosse dell’amore, i cento orizzonti,  le intelligenze tacite e le crepes con lo sciroppo d’acero.
Informe genia d’uomini che arranca alla vita senza saperne nulla che l’universo non cede il suo riserbo né le sue immaginazioni.
Ritrovo nell’ironia di un vecchio la speranza di ieri e i sogni dispersi che come stracci giacciono nei punti più impensati. M’imbevo delle mani, le ruvide, le setose, le indifferenti, quelle nervose e nerborute, le affusolate e quelle stanche, le nodose e le ritmate, le devote, le abili e le silenti, che tutte hanno creato, amato, stretto e pianto, lavorato, cresciuto il corpo e i suoi difetti, forzato i centri della vita e gli inevitabili tramonti che al passare del tempo non lasciano  colore e sono indifferenti alla giustizia che al vaglio della vita conta la bellezza e quanta ce ne portiamo in tasca.
Settembre.
Il suo ritorno.
Il mosto dove tracimo memoria e profumi, gli acini pronti alla pigiatura.
Di passo tra gli odori e i fichi aperti.

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DELLE PAROLE E DEI SALUTI

Delle parole e dei saluti.
I ciao irriverenti, gli abbracci stantii e quelli frettolosi. I baci profumati e i balbettii di buona maniera, secoli d’anima sul gusto di un gelato e una sposa nuova distratta dall’evento. S’imbarcano pirati e santi, cani, gatti e pesci rossi, pance d’arrembaggio e silenti pensatori, che tutti fanno lo stesso biglietto. Sciarada d’esistenza.
Ritorno alle terre e al mare, al vino e agli occhi buoni, al canto di cicale e ai nuovi sconosciuti, alle barche ancorate, le voci di scogliera,  le stelle cadute e cadenti, le mura di un torrione, la voce di un amore e l’ultimo gabbiano.
Lascio.
Vado.
Ora e soltanto.
Nulla potrei se gli occhi non mi fossero sempre in viaggio.

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