Profumi a prato verde

<<Ciao, sono il nuovo vicino.>> Accanto a me una roba tonda, un po’ strana
<<Quando sei arrivato?>> Gli parlo con voce tenera, magari si è perso.
<<Mi hanno messo qui ieri. E’ stato il figlio del contadino>>
<<Come ti chiami?>> Mi giro per guardarlo meglio.
<<Pesco.>>  Sono contento che il coso tondo sia socievole.
<<Io mi chiamo Rosa e  mi ha portato il vento.>>
<<E’ uno sport estremo?>>
<<Cosa?>>
<<Questa roba del vento?>>
Rosa è una pallina arancione con un ciuffo in testa e mi guarda perplessa.
<<Ma no, è un iter banale.>> Ma certo che è strano questo” robo”.
<<Sei vecchio?>>
<<Vecchio? No, sono giovane, perché?>>
<<Perché hai le rughe.>>
<<Non sono rughe, sono tratti di famiglia.>> Mi dondolo sul guscio, fiero dei miei antenati.
<<Ah, da piccoli siete tutti così? Chissà allora come diventate da vecchi.>>
E scoppia a ridere senza freni.
<<Guarda che io divento un albero.>>  Gonfio offeso un torace che non ho.
<<Non ci credo, fammi vedere.>>
<<Non lo posso fare subito, ci vuole tempo.>>
<<Sì, dicono tutti così e poi vanno via.>>
<<Tutti chi? Io non posso andare via.>>
<<Sai quelle storie di maschi e femmine. Sentiamo perché tu non dovresti andare via.>>
<<Perché mi tiene la terra.>>
Rosa rimane un istante assorta, poi con i suoi occhi (da qualche parte deve avere gli occhi) a pallina, si gira intorno a guardare.
Terra. Morbida, marrone, pastosa, umida, saporita, seducente, organizzata, maestosa.
<<Anche a me tiene la terra.>>
<<Allora da grandi ci possiamo sposare.>> L’ho detto tutto d’un fiato come nei film.
<<Sposare? Io e te? Ma non siano uguali.>>
<<Sei contro l’uguaglianza delle razze?>> Adesso mi sto scocciando, questa rosa se la tira.
<<Ma no, solo che io ho i petali, tu avrai un grande fusto di legno e sarai molto più alto, farai pesche che mi cadranno in testa e a primavera ti nasceranno fiori rosa bellissimi.>>
<<Ho sempre sognato di sposare una rosa. Hai quel giro di petali che mi da le vertigini. Sei così trionfante, snob,  perfetta, eccitante.>>
Giorni. Di tempi e di memoria. Stagioni che triturarono i due semi. Di sole e di neve. Arsura e primavera.
E furono Rosa e Pesco.
Sposati il dì di luglio 11 a prato verde, sulla collina, petalo a petalo, foglia a foglia, profumo a profumo, tersi di luce e di bellezza.

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Gennaio

Ho sempre considerato Sisifo arguto, spavaldo e anche sagace. Ben rivestito dei suoi panni terreni, vendicativo, furbo, appassionato e geniale nel toglierci la morte di dosso, ma mezzo uomo e quindi impari di forze con l’Olimpo così che da tempo immemore se ne va su e giù con quel suo masso, gioco di un moderno luna park senza diversivo né compagnia. Noi qui rimasti creta, deperibili e affannati, a rotolare le nostre pietre personali nei cicli che l’eternità decide senza grazia né consulenze.
Ah, lo spazio meraviglioso della discesa, quando il sasso se ne va da solo per la sua strada, non più nostro, solo ruota. Il tempo piccolo di un riposo, dall’alto della cima, potenti e un po’ ubriachi per i tanti orizzonti, sciolti dai voti antichi, dai ruffiani errori di famiglia e i pegni delle distrazioni, consolati da un tramonto o da una prima alba, che la bellezza dura poco, ma redime dolori, spaventi e solitudine.

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FIGLI DI OGNI DIO

                                   

Racconto vincitore della terza edizione Terzo Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2011 (Sezione Narrativa)

Sono nato su un barcone il 26 marzo.

Non avevo terra, né patria, ma brividi e sangue. Nacqui  vestito d’acqua,  sale, stracci e stelle. Nacqui da madre e da tanti padri che  mi presero,  spaventati e soli, in bilico tra una vita e l’altra, sfiancati, affamati, sporchi e con i sogni ben piegati nelle tasche. C’era chi pregava, chi cantava, chi piangeva, chi rimaneva in silenzio in una storia che non si sapeva come andava a finire, perché le storie figliano odori, scommesse, terrori, limitati sorrisi, incredibili verità. Ho capito quando sono diventato  grande che i desideri sono più di quanti sono gli uomini, che il futuro è un soldato errante, che la mamma ha un buon profumo e che io preferisco la pizza bianca. In quella barca senza colore, che la notte aveva tolto il colore a tutto,  eravamo così stretti da  tenerci in equilibrio tra le onde,  un solo corpo e tanti cuori. Il tempo batteva nel ventre di mia madre e non so chi mi ha fatto nascere, chi mi ha tirato fuori bagnato e nuovo.  Accanto a noi un uomo leggeva una Bibbia scolorita,  intrisa di paura e mare, molti pregavano Allah, e c’erano tante voci, non sapevo ancora che gli uomini avessero sfilacciato Dio in  tanti nomi.

Il mio nome è Abdel Karim.

Nacqui libero, destinato ad altra terra, un mondo e un colore di cielo che i miei nonni non avevano mai visto.

Ma quella notte, quando io sono nato, la vita era una scommessa, il dolore e la paura disfacevano la  barca ad ogni onda e la spuma rimaneva incollata al fiato. E gli uomini attorno a me sparivano all’improvviso, un grido e un gorgoglio, morivano come le foglie d’autunno, cadevano e si staccavano, per stanchezza, fame,  perché il mare ha braccia lunghe, perché la pietà è figlia del destino, perché  i conti di Dio circoscrivono le vite e le sirene ingoiano gli uomini di terra.

Il tempo del mare e della notte allungavano le ore e la fiacca, i rifiuti e la sete, ma l’orizzonte si piegò sui nostri occhi e qualcuno gridò: terra!

Nell’ammasso di corpi e odore, colavo le lacrime, perché ero vivo.

Mi hanno preso in tanti, il mondo era formato da mani, urla e parole, il mondo era le braccia di mia madre. Arrivammo in un’alba grigia, senza sole, mentre gli uomini dalla riva ci lanciavano gomene e si tuffavano in acqua per noi. Mi ero addormentato perché da piccolo sai fare un sacco di cose, stare fermo, mangiare, ridere, guardare e mi ero affidato al mondo, la vita mi era rimasta attaccata addosso.

Una cosa che non mi è più accaduta neanche da grande è che tutti mi sorridevano forse perché profumavo ancora di cielo.

La prima casa della mia vita era una camera grande, con altre due donne e quattro bambini. Finestre di solo vetro e sbarre, dove la luce e la notte entravano senza permesso e nessuno aveva paura del buio perché eravamo assieme, ma a turno piangevamo, un po’ io, un po’ gli altri, anche i grandi, così il dolore non rimaneva appiccicato ad uno solo.

Cendrella, una donna robusta e forte, di origine libanese, era la nostra interprete ed era  un vento delicato, tiepido e piacevole, che correva qua e là, appena la chiamavano ci dava informazioni  rassicurando gli uomini, oscurati da fatica, desideri e incertezza, con buone parole e tacendo su un futuro che non poteva promettere. Noi oramai eravamo fermi, arrivati.

Nella mia terra gli uomini sono abituati a rallentare,  perché il caldo gonfia il sangue e beve sudore, perché il tempo si ferma sulla fatica e sulla fame, sulla povertà, la polvere, i denti bianchi, le case di mattoni, le cinque preghiere del giorno, le migrazioni dei pesci e degli uccelli. Il tempo ha tanta polvere.

In quella casa  ci davano da mangiare, a me no, perché me la cavavo da solo con la mamma, ci fornivano  medicine, ci registravano, ci contavano, volevano sapere chi eravamo. Te lo devono scrivere su un foglio chi sei, non basta che ti vedono e glielo dici, devi essere scritto. Le mura si impregnavano di preghiere, invettive, sconforto e rabbia, colavano insieme alla pioggia che ci lasciava  fango e vapore  e tutti mi volevano prendere in braccio come per rassicurarsi che se ce l’avevo fatta io così piccolo, ce l’avrebbero fatta pure loro.

Sull’isola sono passati tanti giorni o così mi pareva, luce e buio si annodavano stretti dentro agli occhi, succhiavo il latte di mia madre,  avevo vestitini puliti e tante braccia che mi tenevano. Guardavo le file, le proteste, l’amarezza, le fughe. C’erano uomini che andavano via, scavalcavano cancelli, paura e giorni, e correvano in quella terra nuova ad altri orizzonti con le camicie al vento e una strisciata di libertà.

Era un paese strano quello dove eravamo arrivati, prima ci salvavano, poi ci accettavano e poi ci respingevano, eravamo contesi. Qualcuno ci voleva, qualcuno no, strana cosa gli uomini, sempre indecisi. Veniva il dottore e mi visitava, ero diventato un bene pubblico, tutti volevano sapere come stavo, se dormivo e mangiavo e se la mia salute era buona, perché io Abdel Karim ero figlio di tutti, ero la nuova speranza.  Se nasci in una barca diventi un sogno nuovo. Un giorno venne un’altra barca grande  a prenderci, altri uomini, altre case, di terra in terra e mia madre continuava a sorridermi, allora non mi spaventavo ed eravamo insieme. Un esodo di fame e desideri.

I rumori, i singulti, il russare, l’ira,  la saliva delle preghiere, il silenzio, si ripetevano come una nenia, un suono oramai abituale, sul quale mi addormentavo, briciola d’uomo in mezzo alle correnti.

Nella prima casa c’era un uomo vecchio, che tanto dopo di me erano vecchi tutti, che veniva spesso a trovare mia madre, le sorrideva e le parlava con voce bassa e dolce. Si era imbarcato per cercare il figlio, erano due mesi che non ne sapeva più niente perché il mare si era ingoiato molti figli e non sempre si trovavano i corpi. Mia madre lo benediceva sempre, ma lui un giorno rispose: “Non ringraziare me, ma Allah. Il Profeta Muhammed ha detto: “Allah gioisce se voi trattate bene le donne perché sono le vostre madri, figlie e zie”, ed io sono fortunato perché posso starti vicino”. E se ne andava inclinato a destra perché gli faceva male una gamba.

Non ha mai ritrovato suo figlio.

Non lo so come si sposta il tempo, io crescevo, cambiavo macchina, aereo, case, preghiere, vicini, amici, voci, colori, cieli. Per fortuna mia madre non la cambiavo.

Poi mio zio, ogni tanto recuperavo un parente, ha aiutato mia  madre a trovare un lavoro in una grande città, in una casa dove avevamo una stanza tutta per noi. Io già parlavo, dicevo parole in arabo, francese e italiano, ma spesso le parole mi si mischiavano e usciva fuori una strana lingua: “Je suis content di essere فيبيتلكم, a casa vostra.” E’ difficile parlare quando hai tante parole a disposizione.

Mia madre si chiama Halima e doveva mettere a posto la casa di questa signora, pulire i pavimenti, rifare i letti, mettere in ordine, cucinare. E’ un paese dove la gente non ha più tempo per pulire la propria casa, allora è meglio aiutarla, così le case sono più belle. C’era anche un bambino in quella casa, Giacomo, che aveva la mia età, cinque anni e andava all’asilo, ma in uno diverso dal mio. Io e lui potevamo fare gli stessi giochi, ma non le stesse preghiere, sennò ci sgridavano. Mia madre mi diceva che ognuno ha la sua religione. Da lì mi si è complicata la vita.

Quando mi chiedevano: “Dove sei nato?”

Rispondevo: “In barca”. E si mettevano tutti a ridere come se fosse uno scherzo, la verità ha forme improbabili.

Lo capisco quando i grandi ti sgridano perché rubi la cioccolata o prendi il gioco di un amico o non ti lavi, non mangi o non vuoi andare a dormire, ma altre cose non le ho mai capite, per me le preghiere sono come i giochi: le puoi scambiare.

A scuola dicevano che tutti gli uomini sono uguali, suppongo anche i bambini, senza distinzione di lingua, sesso, razza e religione.  ”Scura la pelle e veloce il canto”, così diceva la mamma di mia madre.

Mi è rimasto nel sangue il profumo delle erbe selvatiche, il grido del falco e gli occhi dell’antilope, le resine,  la pazienza del deserto, l’odore del mosto  e il volo antico dei migratori.

Comunque in Italia, il paese dove vivo,  parlano spesso di Gesù, uno che si trasferiva sempre, di paese in paese e non si poteva mai riposare, era nato in una grotta e lo chiamavano Figlio dell’uomo. Proprio come me, a parte la differenza che io sono nato su una barca e lui in una grotta, ed è meglio perché in grotta non ti viene il mal di mare, avevamo cominciato nello stesso modo, ma poi lui è finito male perché diceva cose che le persone non capivano, allora l’hanno ammazzato, ma erano tempi antichi, a me mica mi ammazzano se dico cose che gli altri non capiscono.

Ho imparato ad ascoltare le storie, degli uomini, di Dio, del gatto Artù, nato in una scatola, del portiere, anche lui arrivato in barca, di Giuseppe, il signore del piano di sopra che prende sempre l’aereo, di Carla, la signora per la quale lavora la mamma, che sa suonare il piano e viene dalla Francia, di Adriano, il mio amichetto di scuola nato in Spagna, di Sandro il signore povero che vive sotto la pensilina del supermercato e gli mancano due denti, di zio Fadi che ha combattuto per la libertà del mio paese, della baby sitter che ha un fidanzato olandese, del cane Moko che gira sempre libero nel quartiere, ma è del benzinaio, della signora Maria, la sarta, che è rimasta vedova, di Davide il pizzaiolo, al quale manca un dito. E ho capito che gli uomini sono tanti quante sono le stelle e nascono e muoiono nel ventre della terra dove la felicità è un legnetto in mezzo al mare che arriva sano e salvo.

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WIGWAM

 Incontropensieri sfatti e auto in corsa, foglie d’autunno, trigliceridi alti, deliri a buon mercato, piccoli anziani e grandi vecchi.
Incontrobiciclette, mamme arruffate, panni stesi, cani curiosi, cornetti caldi, cupole, bambini informatici, cuori infranti, brokers verdi o gialli o rossi,  tramonti ideali, tagliatelle fatte a mano, intrattabili mode e speculari paure.
Consacrosilenzi, poesie e dimenticanze.
Ricordole storie,  i pluri affaticati , il sistema degli inganni, i neonati, il mare sempre, le erbe selvatiche, i lasciti dell’amore e gli uomini coraggiosi.
Lascioil tempo a se stesso che contarlo mi annoia, preferisco cibarmi di profumi e di stagioni, rubare ai segreti conoscenza e miracoli, mietere alla raccolta dei sogni e slegare la memoria dalla sua leggenda.
Wigwam la mia casa nel tempo del viaggio.

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UN GIRO DI VALZER


 

Un giro di valzer e  l’infanzia era finita. Lasciati  i sogni in un cortile, tra vecchi giochi e un cavallo dorato di latta. Quattro finestre messe a filo con l’orizzonte e l’onda, da lì guardavo il mondo.
Sono rimasti sul pavimento  della strada, a piastrelle irregolari, i sogni assoluti, i vertici di perfezione,  gli eroi e  le idee inviolate.

Un giro di valzer   e il mondo era una rivoluzione, pace, amore e manifestazioni. Notti di stelle e disubbidienza, giorni di lotta, arte e passioni.

Un giro di valzer e le regole del mondo cadevano sulle poesie, i senzacasa, gli osé stupefacenti, le variabili dell’apprendere, i sorrisi della giovinezza, le utopie di pranzo e cena.

Un giro di valzer e morivano i consanguinei, si proclamavano guerre, leggi morali e si pulivano le azioni nelle cornici fosforescenti delle pubblicità. Morivano ragazzi al fronte si proclamava lo stato, i diritti, i paganesimi di ogni materia, l’affogamento di Dio.

Un giro di valzer e il passato era tanto, di terre, paesi, profumi, silenzi, vallate, esigua conoscenza, che la conoscenza è sempre poca, coraggio, che quello cuce le epoche, le storie, le religioni e il bene, esploratori persi e sacrificati, bambini e vecchi alla deriva, soli nelle corti dei potenti. Nessuno.

Un giro di valzer ed è oggi il primo autunno, quello che ancora non cede le foglie e frutta luce ad ogni ora, il tempo va ed è presente, l’azione che da celebrità al giorno, ai passi ordinari di una strada, al cappuccino, ai rammendi della casa, all’avviluppo di paura e gioia, un tempo semplice di umane storie e eroi dimenticati. 

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IL SUO RITORNO

Mi sono abbandonata alla terra, alle sue imperfezioni, i suoi lasciti  e le  stupefacenti realtà.
Mi piace tutto e nulla.
Le ambivalenze, i canti delle notte, i mestieranti, i soprani del cuore, gli illegittimi, i probi, l’ulivo e il suo silenzio.
Godo la rarefazione dei sapienti, il vento del mare, la poesia, le mosse dell’amore, i cento orizzonti,  le intelligenze tacite e le crepes con lo sciroppo d’acero.
Informe genia d’uomini che arranca alla vita senza saperne nulla che l’universo non cede il suo riserbo né le sue immaginazioni.
Ritrovo nell’ironia di un vecchio la speranza di ieri e i sogni dispersi che come stracci giacciono nei punti più impensati. M’imbevo delle mani, le ruvide, le setose, le indifferenti, quelle nervose e nerborute, le affusolate e quelle stanche, le nodose e le ritmate, le devote, le abili e le silenti, che tutte hanno creato, amato, stretto e pianto, lavorato, cresciuto il corpo e i suoi difetti, forzato i centri della vita e gli inevitabili tramonti che al passare del tempo non lasciano  colore e sono indifferenti alla giustizia che al vaglio della vita conta la bellezza e quanta ce ne portiamo in tasca.
Settembre.
Il suo ritorno.
Il mosto dove tracimo memoria e profumi, gli acini pronti alla pigiatura.
Di passo tra gli odori e i fichi aperti.

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DELLE PAROLE E DEI SALUTI

Delle parole e dei saluti.
I ciao irriverenti, gli abbracci stantii e quelli frettolosi. I baci profumati e i balbettii di buona maniera, secoli d’anima sul gusto di un gelato e una sposa nuova distratta dall’evento. S’imbarcano pirati e santi, cani, gatti e pesci rossi, pance d’arrembaggio e silenti pensatori, che tutti fanno lo stesso biglietto. Sciarada d’esistenza.
Ritorno alle terre e al mare, al vino e agli occhi buoni, al canto di cicale e ai nuovi sconosciuti, alle barche ancorate, le voci di scogliera,  le stelle cadute e cadenti, le mura di un torrione, la voce di un amore e l’ultimo gabbiano.
Lascio.
Vado.
Ora e soltanto.
Nulla potrei se gli occhi non mi fossero sempre in viaggio.

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IL DOPPIO

Tag

 

 
Il doppio mi è sempre stato amico
per la capacità di essere altro
eppure uguale

per l’inversione che mi sposta
il basso in alto
e l’importante in piccolo
per ogni bugia
che ha una sua verità
per la follia della luce
e il suo riverso
devoto il  buio
  che  cela
gli assurdi
 le ferite
e i figli mutilati
nell’attesa
di un altro mondo
il Paradiso
tutto racchiuso in una mano
tra palmo e dorso
insolito scettro

di carne
e arbitrio
che ara la vita
negli scoli del destino

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COME MUORE UN POETA


 
Un poeta muore con levità, lasciando profumi, leggende e irriducibili parole.

Diana Festa is the author of four poetry books, Arches to the West, Ice Sparrow, Thresholds and Bedrock. She has also published four books on literary criticism, and a large number of poems and articles in various reviews and anthologies. She is the recipient of several poetry prizes, a Guggenheim Fellowship, and the Guizot Award from the French Academy.

IN WAIT

Agony is not in expectant death
but in streaks of fire spun 
from repressed anguish of the living.
Death is intent on its work of seduction
on the other side of the wall, primping
its face with rouge and lipstick.
 
We’ve become friends, almost, even as I hold it
at arm’s length.
Stubborn in my erratic life, I keep my distance
a little longer, while I tramp
the incline before me, to find peace
in the blue, the pink that blend
with the air, till I hold
the sky in my hands.
 
I must ask somebody to come and paint
my window panes pink and blue
in simulated light of life, in refusal
of grays and invading shadows,
to recapture innocence.
 
I will restore in my hours, in the minutes
before me, shades of rainbow to annul
the rush of tears falling as flames
from a late noon hat hurried
to the deepest night.
 
Perhaps it isn’t as we fear dear god,
and in the end I will see
my home beneath a crystal roof,
there to lie in wait
without dread of the dark.
I will watch the nascent moon
before the day dies.
  
Diana Festa

DEL POETA

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Stillo le parole dal silenzio
che s’inturgidiscono diventando verso
che la vita si turba
di amori e di abbandoni
e sola la poesia rimane
ad inficiare il lutto
 impudica nel metro aperto
per raccolta di emozioni
cortigiana di stelle
e spietati amanti
dominio eterno
sulla caducità
le lacrime
e gli orrori
penitenti angeli e demoni
alla corte del poeta

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