
Racconto vincitore della terza edizione Terzo Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2011 (Sezione Narrativa)
Sono nato su un barcone il 26 marzo.
Non avevo terra, né patria, ma brividi e sangue. Nacqui vestito d’acqua, sale, stracci e stelle. Nacqui da madre e da tanti padri che mi presero, spaventati e soli, in bilico tra una vita e l’altra, sfiancati, affamati, sporchi e con i sogni ben piegati nelle tasche. C’era chi pregava, chi cantava, chi piangeva, chi rimaneva in silenzio in una storia che non si sapeva come andava a finire, perché le storie figliano odori, scommesse, terrori, limitati sorrisi, incredibili verità. Ho capito quando sono diventato grande che i desideri sono più di quanti sono gli uomini, che il futuro è un soldato errante, che la mamma ha un buon profumo e che io preferisco la pizza bianca. In quella barca senza colore, che la notte aveva tolto il colore a tutto, eravamo così stretti da tenerci in equilibrio tra le onde, un solo corpo e tanti cuori. Il tempo batteva nel ventre di mia madre e non so chi mi ha fatto nascere, chi mi ha tirato fuori bagnato e nuovo. Accanto a noi un uomo leggeva una Bibbia scolorita, intrisa di paura e mare, molti pregavano Allah, e c’erano tante voci, non sapevo ancora che gli uomini avessero sfilacciato Dio in tanti nomi.
Il mio nome è Abdel Karim.
Nacqui libero, destinato ad altra terra, un mondo e un colore di cielo che i miei nonni non avevano mai visto.
Ma quella notte, quando io sono nato, la vita era una scommessa, il dolore e la paura disfacevano la barca ad ogni onda e la spuma rimaneva incollata al fiato. E gli uomini attorno a me sparivano all’improvviso, un grido e un gorgoglio, morivano come le foglie d’autunno, cadevano e si staccavano, per stanchezza, fame, perché il mare ha braccia lunghe, perché la pietà è figlia del destino, perché i conti di Dio circoscrivono le vite e le sirene ingoiano gli uomini di terra.
Il tempo del mare e della notte allungavano le ore e la fiacca, i rifiuti e la sete, ma l’orizzonte si piegò sui nostri occhi e qualcuno gridò: terra!
Nell’ammasso di corpi e odore, colavo le lacrime, perché ero vivo.
Mi hanno preso in tanti, il mondo era formato da mani, urla e parole, il mondo era le braccia di mia madre. Arrivammo in un’alba grigia, senza sole, mentre gli uomini dalla riva ci lanciavano gomene e si tuffavano in acqua per noi. Mi ero addormentato perché da piccolo sai fare un sacco di cose, stare fermo, mangiare, ridere, guardare e mi ero affidato al mondo, la vita mi era rimasta attaccata addosso.
Una cosa che non mi è più accaduta neanche da grande è che tutti mi sorridevano forse perché profumavo ancora di cielo.
La prima casa della mia vita era una camera grande, con altre due donne e quattro bambini. Finestre di solo vetro e sbarre, dove la luce e la notte entravano senza permesso e nessuno aveva paura del buio perché eravamo assieme, ma a turno piangevamo, un po’ io, un po’ gli altri, anche i grandi, così il dolore non rimaneva appiccicato ad uno solo.
Cendrella, una donna robusta e forte, di origine libanese, era la nostra interprete ed era un vento delicato, tiepido e piacevole, che correva qua e là, appena la chiamavano ci dava informazioni rassicurando gli uomini, oscurati da fatica, desideri e incertezza, con buone parole e tacendo su un futuro che non poteva promettere. Noi oramai eravamo fermi, arrivati.
Nella mia terra gli uomini sono abituati a rallentare, perché il caldo gonfia il sangue e beve sudore, perché il tempo si ferma sulla fatica e sulla fame, sulla povertà, la polvere, i denti bianchi, le case di mattoni, le cinque preghiere del giorno, le migrazioni dei pesci e degli uccelli. Il tempo ha tanta polvere.
In quella casa ci davano da mangiare, a me no, perché me la cavavo da solo con la mamma, ci fornivano medicine, ci registravano, ci contavano, volevano sapere chi eravamo. Te lo devono scrivere su un foglio chi sei, non basta che ti vedono e glielo dici, devi essere scritto. Le mura si impregnavano di preghiere, invettive, sconforto e rabbia, colavano insieme alla pioggia che ci lasciava fango e vapore e tutti mi volevano prendere in braccio come per rassicurarsi che se ce l’avevo fatta io così piccolo, ce l’avrebbero fatta pure loro.
Sull’isola sono passati tanti giorni o così mi pareva, luce e buio si annodavano stretti dentro agli occhi, succhiavo il latte di mia madre, avevo vestitini puliti e tante braccia che mi tenevano. Guardavo le file, le proteste, l’amarezza, le fughe. C’erano uomini che andavano via, scavalcavano cancelli, paura e giorni, e correvano in quella terra nuova ad altri orizzonti con le camicie al vento e una strisciata di libertà.
Era un paese strano quello dove eravamo arrivati, prima ci salvavano, poi ci accettavano e poi ci respingevano, eravamo contesi. Qualcuno ci voleva, qualcuno no, strana cosa gli uomini, sempre indecisi. Veniva il dottore e mi visitava, ero diventato un bene pubblico, tutti volevano sapere come stavo, se dormivo e mangiavo e se la mia salute era buona, perché io Abdel Karim ero figlio di tutti, ero la nuova speranza. Se nasci in una barca diventi un sogno nuovo. Un giorno venne un’altra barca grande a prenderci, altri uomini, altre case, di terra in terra e mia madre continuava a sorridermi, allora non mi spaventavo ed eravamo insieme. Un esodo di fame e desideri.
I rumori, i singulti, il russare, l’ira, la saliva delle preghiere, il silenzio, si ripetevano come una nenia, un suono oramai abituale, sul quale mi addormentavo, briciola d’uomo in mezzo alle correnti.
Nella prima casa c’era un uomo vecchio, che tanto dopo di me erano vecchi tutti, che veniva spesso a trovare mia madre, le sorrideva e le parlava con voce bassa e dolce. Si era imbarcato per cercare il figlio, erano due mesi che non ne sapeva più niente perché il mare si era ingoiato molti figli e non sempre si trovavano i corpi. Mia madre lo benediceva sempre, ma lui un giorno rispose: “Non ringraziare me, ma Allah. Il Profeta Muhammed ha detto: “Allah gioisce se voi trattate bene le donne perché sono le vostre madri, figlie e zie”, ed io sono fortunato perché posso starti vicino”. E se ne andava inclinato a destra perché gli faceva male una gamba.
Non ha mai ritrovato suo figlio.
Non lo so come si sposta il tempo, io crescevo, cambiavo macchina, aereo, case, preghiere, vicini, amici, voci, colori, cieli. Per fortuna mia madre non la cambiavo.
Poi mio zio, ogni tanto recuperavo un parente, ha aiutato mia madre a trovare un lavoro in una grande città, in una casa dove avevamo una stanza tutta per noi. Io già parlavo, dicevo parole in arabo, francese e italiano, ma spesso le parole mi si mischiavano e usciva fuori una strana lingua: “Je suis content di essere فيبيتلكم, a casa vostra.” E’ difficile parlare quando hai tante parole a disposizione.
Mia madre si chiama Halima e doveva mettere a posto la casa di questa signora, pulire i pavimenti, rifare i letti, mettere in ordine, cucinare. E’ un paese dove la gente non ha più tempo per pulire la propria casa, allora è meglio aiutarla, così le case sono più belle. C’era anche un bambino in quella casa, Giacomo, che aveva la mia età, cinque anni e andava all’asilo, ma in uno diverso dal mio. Io e lui potevamo fare gli stessi giochi, ma non le stesse preghiere, sennò ci sgridavano. Mia madre mi diceva che ognuno ha la sua religione. Da lì mi si è complicata la vita.
Quando mi chiedevano: “Dove sei nato?”
Rispondevo: “In barca”. E si mettevano tutti a ridere come se fosse uno scherzo, la verità ha forme improbabili.
Lo capisco quando i grandi ti sgridano perché rubi la cioccolata o prendi il gioco di un amico o non ti lavi, non mangi o non vuoi andare a dormire, ma altre cose non le ho mai capite, per me le preghiere sono come i giochi: le puoi scambiare.
A scuola dicevano che tutti gli uomini sono uguali, suppongo anche i bambini, senza distinzione di lingua, sesso, razza e religione. ”Scura la pelle e veloce il canto”, così diceva la mamma di mia madre.
Mi è rimasto nel sangue il profumo delle erbe selvatiche, il grido del falco e gli occhi dell’antilope, le resine, la pazienza del deserto, l’odore del mosto e il volo antico dei migratori.
Comunque in Italia, il paese dove vivo, parlano spesso di Gesù, uno che si trasferiva sempre, di paese in paese e non si poteva mai riposare, era nato in una grotta e lo chiamavano Figlio dell’uomo. Proprio come me, a parte la differenza che io sono nato su una barca e lui in una grotta, ed è meglio perché in grotta non ti viene il mal di mare, avevamo cominciato nello stesso modo, ma poi lui è finito male perché diceva cose che le persone non capivano, allora l’hanno ammazzato, ma erano tempi antichi, a me mica mi ammazzano se dico cose che gli altri non capiscono.
Ho imparato ad ascoltare le storie, degli uomini, di Dio, del gatto Artù, nato in una scatola, del portiere, anche lui arrivato in barca, di Giuseppe, il signore del piano di sopra che prende sempre l’aereo, di Carla, la signora per la quale lavora la mamma, che sa suonare il piano e viene dalla Francia, di Adriano, il mio amichetto di scuola nato in Spagna, di Sandro il signore povero che vive sotto la pensilina del supermercato e gli mancano due denti, di zio Fadi che ha combattuto per la libertà del mio paese, della baby sitter che ha un fidanzato olandese, del cane Moko che gira sempre libero nel quartiere, ma è del benzinaio, della signora Maria, la sarta, che è rimasta vedova, di Davide il pizzaiolo, al quale manca un dito. E ho capito che gli uomini sono tanti quante sono le stelle e nascono e muoiono nel ventre della terra dove la felicità è un legnetto in mezzo al mare che arriva sano e salvo.
© Alessandra Corsini – All Rights Reserved
Like this:
Be the first to like this post.