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AlessandraCorsini

~ Dicitura di un poeta che nasce ferraio di parole e cacciatore di sogni

AlessandraCorsini

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FIGLI DI OGNI DIO

12 lunedì dic 2011

Posted by alessandracorsini in Articoli, Premi Letterari

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Racconto vincitore della terza edizione Terzo Premio Letterario In Purissimo Azzurro 2011 (Sezione Narrativa)

Sono nato su un barcone il 26 marzo.

Non avevo terra, né patria, ma brividi e sangue. Nacqui  vestito d’acqua,  sale, stracci e stelle. Nacqui da madre e da tanti padri che  mi presero,  spaventati e soli, in bilico tra una vita e l’altra, sfiancati, affamati, sporchi e con i sogni ben piegati nelle tasche. C’era chi pregava, chi cantava, chi piangeva, chi rimaneva in silenzio in una storia che non si sapeva come andava a finire, perché le storie figliano odori, scommesse, terrori, limitati sorrisi, incredibili verità. Ho capito quando sono diventato  grande che i desideri sono più di quanti sono gli uomini, che il futuro è un soldato errante, che la mamma ha un buon profumo e che io preferisco la pizza bianca. In quella barca senza colore, che la notte aveva tolto il colore a tutto,  eravamo così stretti da  tenerci in equilibrio tra le onde,  un solo corpo e tanti cuori. Il tempo batteva nel ventre di mia madre e non so chi mi ha fatto nascere, chi mi ha tirato fuori bagnato e nuovo.  Accanto a noi un uomo leggeva una Bibbia scolorita,  intrisa di paura e mare, molti pregavano Allah, e c’erano tante voci, non sapevo ancora che gli uomini avessero sfilacciato Dio in  tanti nomi.

Il mio nome è Abdel Karim.

Nacqui libero, destinato ad altra terra, un mondo e un colore di cielo che i miei nonni non avevano mai visto.

Ma quella notte, quando io sono nato, la vita era una scommessa, il dolore e la paura disfacevano la  barca ad ogni onda e la spuma rimaneva incollata al fiato. E gli uomini attorno a me sparivano all’improvviso, un grido e un gorgoglio, morivano come le foglie d’autunno, cadevano e si staccavano, per stanchezza, fame,  perché il mare ha braccia lunghe, perché la pietà è figlia del destino, perché  i conti di Dio circoscrivono le vite e le sirene ingoiano gli uomini di terra.

Il tempo del mare e della notte allungavano le ore e la fiacca, i rifiuti e la sete, ma l’orizzonte si piegò sui nostri occhi e qualcuno gridò: terra!

Nell’ammasso di corpi e odore, colavo le lacrime, perché ero vivo.

Mi hanno preso in tanti, il mondo era formato da mani, urla e parole, il mondo era le braccia di mia madre. Arrivammo in un’alba grigia, senza sole, mentre gli uomini dalla riva ci lanciavano gomene e si tuffavano in acqua per noi. Mi ero addormentato perché da piccolo sai fare un sacco di cose, stare fermo, mangiare, ridere, guardare e mi ero affidato al mondo, la vita mi era rimasta attaccata addosso.

Una cosa che non mi è più accaduta neanche da grande è che tutti mi sorridevano forse perché profumavo ancora di cielo.

La prima casa della mia vita era una camera grande, con altre due donne e quattro bambini. Finestre di solo vetro e sbarre, dove la luce e la notte entravano senza permesso e nessuno aveva paura del buio perché eravamo assieme, ma a turno piangevamo, un po’ io, un po’ gli altri, anche i grandi, così il dolore non rimaneva appiccicato ad uno solo.

Cendrella, una donna robusta e forte, di origine libanese, era la nostra interprete ed era  un vento delicato, tiepido e piacevole, che correva qua e là, appena la chiamavano ci dava informazioni  rassicurando gli uomini, oscurati da fatica, desideri e incertezza, con buone parole e tacendo su un futuro che non poteva promettere. Noi oramai eravamo fermi, arrivati.

Nella mia terra gli uomini sono abituati a rallentare,  perché il caldo gonfia il sangue e beve sudore, perché il tempo si ferma sulla fatica e sulla fame, sulla povertà, la polvere, i denti bianchi, le case di mattoni, le cinque preghiere del giorno, le migrazioni dei pesci e degli uccelli. Il tempo ha tanta polvere.

In quella casa  ci davano da mangiare, a me no, perché me la cavavo da solo con la mamma, ci fornivano  medicine, ci registravano, ci contavano, volevano sapere chi eravamo. Te lo devono scrivere su un foglio chi sei, non basta che ti vedono e glielo dici, devi essere scritto. Le mura si impregnavano di preghiere, invettive, sconforto e rabbia, colavano insieme alla pioggia che ci lasciava  fango e vapore  e tutti mi volevano prendere in braccio come per rassicurarsi che se ce l’avevo fatta io così piccolo, ce l’avrebbero fatta pure loro.

Sull’isola sono passati tanti giorni o così mi pareva, luce e buio si annodavano stretti dentro agli occhi, succhiavo il latte di mia madre,  avevo vestitini puliti e tante braccia che mi tenevano. Guardavo le file, le proteste, l’amarezza, le fughe. C’erano uomini che andavano via, scavalcavano cancelli, paura e giorni, e correvano in quella terra nuova ad altri orizzonti con le camicie al vento e una strisciata di libertà.

Era un paese strano quello dove eravamo arrivati, prima ci salvavano, poi ci accettavano e poi ci respingevano, eravamo contesi. Qualcuno ci voleva, qualcuno no, strana cosa gli uomini, sempre indecisi. Veniva il dottore e mi visitava, ero diventato un bene pubblico, tutti volevano sapere come stavo, se dormivo e mangiavo e se la mia salute era buona, perché io Abdel Karim ero figlio di tutti, ero la nuova speranza.  Se nasci in una barca diventi un sogno nuovo. Un giorno venne un’altra barca grande  a prenderci, altri uomini, altre case, di terra in terra e mia madre continuava a sorridermi, allora non mi spaventavo ed eravamo insieme. Un esodo di fame e desideri.

I rumori, i singulti, il russare, l’ira,  la saliva delle preghiere, il silenzio, si ripetevano come una nenia, un suono oramai abituale, sul quale mi addormentavo, briciola d’uomo in mezzo alle correnti.

Nella prima casa c’era un uomo vecchio, che tanto dopo di me erano vecchi tutti, che veniva spesso a trovare mia madre, le sorrideva e le parlava con voce bassa e dolce. Si era imbarcato per cercare il figlio, erano due mesi che non ne sapeva più niente perché il mare si era ingoiato molti figli e non sempre si trovavano i corpi. Mia madre lo benediceva sempre, ma lui un giorno rispose: “Non ringraziare me, ma Allah. Il Profeta Muhammed ha detto: “Allah gioisce se voi trattate bene le donne perché sono le vostre madri, figlie e zie”, ed io sono fortunato perché posso starti vicino”. E se ne andava inclinato a destra perché gli faceva male una gamba.

Non ha mai ritrovato suo figlio.

Non lo so come si sposta il tempo, io crescevo, cambiavo macchina, aereo, case, preghiere, vicini, amici, voci, colori, cieli. Per fortuna mia madre non la cambiavo.

Poi mio zio, ogni tanto recuperavo un parente, ha aiutato mia  madre a trovare un lavoro in una grande città, in una casa dove avevamo una stanza tutta per noi. Io già parlavo, dicevo parole in arabo, francese e italiano, ma spesso le parole mi si mischiavano e usciva fuori una strana lingua: “Je suis content di essere فيبيتلكم, a casa vostra.” E’ difficile parlare quando hai tante parole a disposizione.

Mia madre si chiama Halima e doveva mettere a posto la casa di questa signora, pulire i pavimenti, rifare i letti, mettere in ordine, cucinare. E’ un paese dove la gente non ha più tempo per pulire la propria casa, allora è meglio aiutarla, così le case sono più belle. C’era anche un bambino in quella casa, Giacomo, che aveva la mia età, cinque anni e andava all’asilo, ma in uno diverso dal mio. Io e lui potevamo fare gli stessi giochi, ma non le stesse preghiere, sennò ci sgridavano. Mia madre mi diceva che ognuno ha la sua religione. Da lì mi si è complicata la vita.

Quando mi chiedevano: “Dove sei nato?”

Rispondevo: “In barca”. E si mettevano tutti a ridere come se fosse uno scherzo, la verità ha forme improbabili.

Lo capisco quando i grandi ti sgridano perché rubi la cioccolata o prendi il gioco di un amico o non ti lavi, non mangi o non vuoi andare a dormire, ma altre cose non le ho mai capite, per me le preghiere sono come i giochi: le puoi scambiare.

A scuola dicevano che tutti gli uomini sono uguali, suppongo anche i bambini, senza distinzione di lingua, sesso, razza e religione.  ”Scura la pelle e veloce il canto”, così diceva la mamma di mia madre.

Mi è rimasto nel sangue il profumo delle erbe selvatiche, il grido del falco e gli occhi dell’antilope, le resine,  la pazienza del deserto, l’odore del mosto  e il volo antico dei migratori.

Comunque in Italia, il paese dove vivo,  parlano spesso di Gesù, uno che si trasferiva sempre, di paese in paese e non si poteva mai riposare, era nato in una grotta e lo chiamavano Figlio dell’uomo. Proprio come me, a parte la differenza che io sono nato su una barca e lui in una grotta, ed è meglio perché in grotta non ti viene il mal di mare, avevamo cominciato nello stesso modo, ma poi lui è finito male perché diceva cose che le persone non capivano, allora l’hanno ammazzato, ma erano tempi antichi, a me mica mi ammazzano se dico cose che gli altri non capiscono.

Ho imparato ad ascoltare le storie, degli uomini, di Dio, del gatto Artù, nato in una scatola, del portiere, anche lui arrivato in barca, di Giuseppe, il signore del piano di sopra che prende sempre l’aereo, di Carla, la signora per la quale lavora la mamma, che sa suonare il piano e viene dalla Francia, di Adriano, il mio amichetto di scuola nato in Spagna, di Sandro il signore povero che vive sotto la pensilina del supermercato e gli mancano due denti, di zio Fadi che ha combattuto per la libertà del mio paese, della baby sitter che ha un fidanzato olandese, del cane Moko che gira sempre libero nel quartiere, ma è del benzinaio, della signora Maria, la sarta, che è rimasta vedova, di Davide il pizzaiolo, al quale manca un dito. E ho capito che gli uomini sono tanti quante sono le stelle e nascono e muoiono nel ventre della terra dove la felicità è un legnetto in mezzo al mare che arriva sano e salvo.

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UNA PAGINA D’AMORE

21 lunedì feb 2011

Posted by alessandracorsini in Articoli, Premi Letterari

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Cara Maria,

tesso i fili della memoria che ci hanno fatti vecchi e sposi.
Il tuo compleanno cade in inverno, stagione che  ti è cara, per la terra legata al silenzio e al divenire, per la luce bendata che ti cade  in grembo, limata, tersa e breve, per gli spazi, che tutto sembra più lento, e il freddo che ci fa vicini a tenerci le mani, per quell’istinto alla comunione che ci ha cucito le vite e lo sguardo.
Ottanta anni e le rughe, che pariamo due montagne. E ancora vai in giro con quei vestitini allegri e fiorati e il vezzo di essere bella, che sì, lo sei sempre stata.
Ti guardo come al torrente, nei campi persi dove ci siamo incontrati. Era estate e tu eri grano fiorente e ti sei fermata nell’incavo dove inizia la mia spalla. Ero  in jeans e  piedi nudi a osservare l’acqua. Hai scostato i capelli  neri, lunghi,  con un gesto leggero, una moina che ti fa ridere gli occhi.
<<Che fai?>>
Me lo hai chiesto come fanno i bambini, irriverente e diretta.
<<Guardo l’acqua.>>
<<E perché?>>
<<Perché nell’acqua trovi i sogni.>>
E il cielo finì tutto nel torrente.
La nostra storia si affrettò per non perdere giorni, vestita di orizzonti e baci, di viaggi e passione, insolenti e tronfi di un amore che non è mai finito. Giovani come i campi fioriti in primavera, densi di colore e tremiti.
Il matrimonio fu l’azione di ogni giorno, la cura, le corse, i figli, le ricorrenze, il cane, l’albero di Natale, il budino di fragole, i calzini sulla sedia, la lavatrice sempre rotta, i fiori della domenica, le visite mediche, il lavoro, i buon giorno, le dimenticanze, i bisticci, la rosa della pace.
Abbiamo scavalcato i corpi che si piegano all’età e le ridicole abitudini per rassicurarci sull’eternità e non so come fai ad avere ottanta anni,  perché io so che è passato solo un minuto da quel giorno al torrente.
Conosco la terra del tuo corpo, i nei, la falla dell’anca, e le dita eleganti, la natura dei tuoi occhi verdi che non hanno confine, il contorno del ginocchio e la piega della risata.
Ho protetto la decadenza della pelle, la folla delle imperfezioni e l’uscita della forza   che  a farci vecchi è mestiere antico.
Buon compleanno per l’infinita vita che ti pulsa nel cuore, per la tua paziente attesa alle mie intemperanze, per la paura che domi con la poesia, per le notti d’insonnia in cui culli le stelle, per la gioia di trovarti ogni giorno al risveglio.
Buon compleanno Maria che hai visitato tutte le stanze del mio cuore e ne sei sempre rimasta sovrana.
Riposo le mani tra le tue  e gocciolo la vita sul tuo corpo bianco dal sapore di luna e fuoco. E se l’eternità ha il suo gioco sfrontato di vita e morte noi siamo pronti per un altro giro d’amore.
                                                                       
                                                                              Giovanni

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IL SORRISO DEGLI DEI

02 mercoledì feb 2011

Posted by alessandracorsini in Articoli, Premi Letterari

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 Qui da noi Abhijit è di nuovo autunno. Te lo ricordi quando ci siamo incontrati  per la prima volta davanti alla  scuola?  Io avevo appena comprato  un fumetto di Batman e lo stavo sfogliando nel cortile prima di salire in classe. Era un debole giorno di ottobre, tra foglie rosse e primi giacchetti. Tu stavi con gli occhi fissi sulla copertina del mio giornaletto.
<<Lo vuoi vedere?>>  Stringevo facilmente amicizia con tutti.
<<Si.>> E sorridesti su quei tuoi denti bianchi.
Era il quindici ottobre. Io avevo tredici anni tu dodici. Classi diverse, occhi diversi, i miei sono  azzurri,  pelle diversa, e diversa pendenza. Io ciondolo sul piede destro, tu sul sinistro. E’ andata così veloce la nostra giovinezza, che quasi non la ricordo, la memoria non ce l’ha fatta a ritenere tanta frenesia,  ma tu sei diventato il mio migliore amico. Sempre insieme, tra ragazze, sigarette, sogni e l’idea di cambiare il pezzo di mondo che conoscevamo. Poi un giorno un ragazzo ti diede un pugno:<<Sporco negro.>> Sbagliò pure la razza perché tu sei indiano. Tornavi da scuola, eri solo.
Me l’hai raccontato dopo una settimana, anche se io indagavo di continuo su quel labbro gonfio.
<<Ci penso io,  ora lo pesto.>> Ero alto, già uomo tra muscoli e rabbia.
<<Lascia stare Ale, non serve.>> Pendevi sul piede sinistro e guardavi un gatto di strada.
<<Mio nonno dice di pregare e basta. Sono gli dei che fanno i conti del bene e del male.>>
<<E che conti fanno se quello se ne va indisturbato a menare altra gente? Gli va data una lezione, altro che dei.>> Mi hai sorriso, come facevi sempre quando volevo risolvere i problemi a suon di cazzotti.
<<Un giorno gli uomini non avranno più paura degli uomini, lo dice mio nonno.>>  Eri nato  mite, a volte pensavo che eri un vigliacco e un credulone, i tuoi dei erano troppi perché io ci capissi qualcosa. La mia famiglia non era religiosa, comunque noi in Italia ce la cavavamo con un Gesù, una Madonna, S.Giuseppe e Dio, lo sapevo persino io. Ma per me era tempo perso starli a pensare, ero portato per l’azione diretta, uno schiaffo, un sorriso, un bacio, un passaggio, passare i compiti, suonare, bere, dare una mano. Ma tu avevi quel tuo mondo di dei che dicevi ti seguivano e ti istruivano.
La vita ci è passata veloce spingendo dappertutto, la fine della scuola, il lavoro, il matrimonio, i figli, le chiacchiere, le malattie, la paura, i week end. A trent’anni sei tornato a Calcutta, nelle labbra grandi della tua famiglia che era come i tuoi dei, piena di gente.
Sono venuto a trovarti tre volte, da solo.  E ho respirato quella puzza che cuce le città indiane e ancora più dei, collezionato sorrisi e benedizioni, mangiato dahl, riso, verdure e pollo, pregato Ganesh anch’io, visto che porta fortuna, girato tra illegittime povertà e irreparabili karma. Ho manomesso la mia logica e i nodi delle ideologie e ho preferito sedere a parlare con tutti e quando non sapevo parlare, ho imparato a sorridere.
Su e giù, tra te e me, e la vita che prendeva olocausti e pegni. I dibattiti quotidiani per far orientare i soldi e braci nel cuore per amore e per le ingiustizie.
Poi la telefonata di tua moglie. Di nuovo autunno. Quest’anno è più freddo.
Eri andato a trovare un amico cristiano quando nel quartiere si scatenò una rappresaglia mussulmana. Ti trovavi lì per caso, come una foglia o un soffio di vento. Durante l’assalto della violenza morirono quindici persone. C’eri anche tu. Eri andato a trovare un amico e non eri neanche cristiano.  Le lacrime. Sono le ultime voci che mi rimangono e ti sto scrivendo questa lettera Abhijit, per fermare i fili della memoria,  perché tu mi hai sempre detto che gli dei uniscono le anime, perché i colpevoli e gli innocenti viaggiano sulle stesse zattere, perché la vita si è fatta sempre più grande, perché la tua voce cantilenante era il gradino buono su cui mi sedevo.
                                                                                     Alessio

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IL PROFUMO DEL CAPRIFOGLIO

14 martedì dic 2010

Posted by alessandracorsini in Articoli, Premi Letterari

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La Roma  che conosco io odora di umido e polvere. La mattina si sfilaccia la nebbia e guardo fuori, è uguale a ieri.  Baracche e lucchetti. Adesso dormo a Porta Portese, una grotta con un cancelletto che posso chiudere e pago l’affitto, così ci lascio anche  lo zaino e  le buste. Prima dormivo al GS vicino al gazometro e i vigilantes mi cacciavano sempre. Ora sono più tranquillo, tra la terra,  odori di olio per macchine e qualche topo. Oltre il muro le betulle. Non posso andare nei centri di accoglienza  perché ho due cani: Briciola e Nero. Briciola è anziana, sta spesso male ed è ingrassata, Nero è giovane e sta bene.

Vengo dalla Polonia e mi chiamo Ivan.

Il mio lavoro è andare a via Marmorata, la mattina. Mi siedo su una cassetta di plastica rovesciata, tra il calzolaio e il ferramenta. Stendo un tappetino per Briciola e Nero, riempio le ciotole con l’acqua, sistemo la scatola di latta per i soldi  e aspetto. Ognuno sceglie il lavoro che vuole.  A volte leggo  il giornale.

<<Ciao Ivan, come stai?>> Il ragazzo che vende magliette rock, Daniele,  è sempre gentile. Ogni tanto mi regala una maglietta.

<<Bene, bene. Tutto bene. C’è il sole oggi.>> Si, un bel sole che scalda la vita.

<<Eh, si. Bella giornata. Ci vediamo dopo.>>  E cade un soldo.

Mentre sto seduto mi pettino la barba, è folta e lunga. Di capelli ne sono rimasti pochi. E aspetto. Dopo le otto e trenta il via vai aumenta, più passi, più trambusto, fretta e colori. In Italia le persone si vestono di colori e hanno sempre buste della spesa.

Ogni tanto cade un soldo.

Alle undici vado al bar a prendermi un caffè e un cornetto. Porto a turno, o Briciola o Nero.  A quest’ora il quartiere è pieno di gente, urla e voci del mercato, dal ferramenta c’è la fila,  il tram   

passa tante volte, gli alberi si vestono di rosso e giallo,  si fanno chiacchiere e  compere.

<<Ciao Ivan. Ti ho portato un po’ di cose.>>  Lo riconosco da lontano per quel suo passo lungo e i capelli grigi

<<Grazie Marco. Proprio bene. Per cane vecchio e cane giovane.  Questa pasta è molto buona, anche questo tonno.>>

Marco è alto, con la giacca e la cravatta e mi porta il cibo per i cani e per me. Viene una volta a settimana.

Io so guardare la gente, capisco subito come sono le persone, gente buona e gente cattiva. Stando sul marciapiede ne ho vista tanta di gente passare, loro non mi guardano, ma io ho tempo sto qui e osservo.

Quando penso i miei pensieri nella mia lingua, sono belli come le nuvole, ma quando parlo o scrivo in italiano le parole mi escono male. Ma so usare anche il silenzio, l’ho imparato dalle montagne del mio paese.

Ho una compagna, Nina, lei è russa. Beve, è disordinata e ha un carattere terribile. E’ grassa e non si cura. Ma la vita è così. Le persone sono alberi, a volte sono rovinate le radici, a volte è rovinata la chioma.

Ogni tanto cade un soldo.

<<Ciao Ivan, come stai?>>        

<<Bene, bene. Tutto bene. >> Mi piace molto parlare con  Lucia, invento qualunque cosa per trattenerla, le ricette mediche, i cani, il tempo, la salute. Lei ha gli occhi di mare e di cielo. E non puoi nascondere il cuore, perché Lucia te lo vede, tutto intero, con gli angoli e i buchi, ma non si preoccupa. Ha i capelli lunghi. E’ bella.

<<Si, Ivan. Ognuno sceglie la sua vita.>> E sorride e ti guarda in quel modo inclinando la testa che sembra sempre  venga da  un altro pianeta. Lascia un soldo,  e un sorriso. Mi chiede spesso di Briciola e se l’ha vista il veterinario.

<<Si, l’ho portata. Ma lui non l’ha visitata bene, perché io sono un uomo di strada.>>

Non dice niente. Ascolta. Un giorno le ho detto:<<Le benedizioni ce le procuriamo noi.>>  Parole che mi hanno preso la lingua e sono uscite da sole.

Non mi ha risposto subito, ha aspettato che scattasse il semaforo rosso e si fermassero le macchine.

<<Si, Ivan, è vero.>> E le sono venuti gli occhi lucidi.

Verso le quattro vado via.

Metto le mie cose nello zaino, prendo i cani e mi incammino. Per arrivare dove dormo ci metto quindici minuti. Cammino piano.

Un giorno, mentre cadevano le foglie d’autunno, sono caduto anch’io.

E Il mondo in quel momento se n’è andato.

Mi sono ritrovato in un letto d’ospedale e non avevo più niente, i miei documenti erano spariti, il mio zaino non c’era più, ed io avevo avuto un ictus. I miei cani per fortuna ce li aveva Nina. Ma Nina beve.

Poi un altro ospedale e un altro ancora, senza niente e senza parole. Non potevo più muovere la parte destra del  corpo.  Poi mi hanno trovato. Sono venuti Marco, Lucia e Daniele. Nina era andata sul marciapiede in via Marmorata, così i miei amici vedevano i cani e chiedevano di me e lei gli dava il nome dell’ospedale.

Sono tornato dopo quattro mesi al mio posto. Briciola è morta quando ero in ospedale. Lei era vecchia e non poteva stare senza di me. A volte i silenzi sono troppo lunghi. Adesso la mattina veniamo io e Nero. Mi siedo sulla panchina E aspetto.

Ogni tanto cade un soldo.

Il braccio e la gamba non vanno tanto bene e le parole si strascicano e rallentano. Prima sorridevo sempre. Adesso gli occhi rimangono  bagnati, una rugiada che non passa. Sono le lacrime senza nome.

<<Ivan come va?>>  Lucia è una delle prime persone che vedo.

<<Eh, non tanto bene. La gamba e il braccio poco. Anche pasticche per il cuore.>>

<<E’ bello vederti di nuovo qui.>>

Ci prendiamo un po’ di silenzio per dirci tutte quelle parole che non si possono dire a voce.

<<Mi dispiace che non c’è più Briciola.>>

<<Era vecchia.>>

<<Si, era vecchia. Ciao Ivan, ci vediamo domani.>>

<<Se Dio vuole.>>

<<Si, se Dio vuole.>>

Cade un soldo.

Le persone di questa strada mi hanno aiutato molto. Mi hanno ricomprato lo zaino e il sacco a pelo, parlato con i medici, procurato documenti nuovi e mi vanno a prendere le medicine. Nina beve sempre e litighiamo.

A via Marmorata in primavera fioriscono gli alberi,  di bianco e di rosa.

La Roma che conosco io odora di umido e polvere, sorrisi e parolacce, bugiardi  e panni stesi, cornetti caldi e spazzatura, macchine e stelle, coppiette e cani, gratta checche e motorini,  bambini e gattare, pittori  e giocolieri, alcolisti e preti, tramonti che ti scavano l’anima,   e cuori dal profumo di caprifoglio.

© Alessandra Corsini – All Rights Reserved

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IL MONDO DELLA LUNA

30 venerdì apr 2010

Posted by alessandracorsini in Articoli, Premi Letterari

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        ASSOCIAZIONE GENITORI FIGLI CON HANDICAP

Sono arrivate 274 opere in forma di poesia, diario, racconto, da tutta Italia e non solo. A valutarli 7 giurati, quattro di Carpi e tre di Milano.
Ai primi tre posti nella sezione racconti si sono piazzati:
    1 Alessandra Corsini, 52 anni di Roma, con “il mondo della luna”.
    2 Alessandro Mosconi con “la bandana”
    3 Annafrancesca Basso, 56 anni di Bassano del Grappa, con “ali d’angelo”.

Dalla collaborazione con la Direzione Didattica 3° Circolo Carpi

“NATI PER VINCERE?” è un’iniziativa che si articola in una rassegna cinematografica ed un concorso letterario

GIOVEDI’ 22 Aprile 2010 ore 20,45. Ingresso gratuito.

Il primo giorno d’inverno presentato in anteprima nazionale 65 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sessione “orizzonti”. Il film, approfondisce le problematiche presenti tra gli adolescenti, quali bullismo ed identità sessuale. Così il film affronta, grazie alla metafora del solstizio d’inverno come cambiamento, il difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
Sarà presente il regista Mirko Locatelli, direttore artistico della mediateca “Ledha”,
fondatore di Cinemaindipendente.it, portale Internet per la diffusione del cinema autoprodotto, fondatore con Giuditta Tarantelli della casa di produzione “Officina Film”, conduce la serata Dario D’Incerti responsabile Cineforum Carpi

Esito del concorso letterario
I classificato: “Il mondo della luna” di Alessandra Corsini

Ho smesso di parlare a sette anni. Ero una bambina vivace, irrequieta, estrosa e socievole. Un giorno d’inverno, alle quattro del pomeriggio, il mio patrigno rientrò dal lavoro e  non trovò la pipa al suo posto. Ci avevo giocato  con la mia bambola, avevo imitato i gesti dei grandi e poi e l’avevo dimenticata sul tavolo di camera mia.

<<Dov’è la mia pipa?>>

<<Non lo so.>>

<<Bugiarda. Dov’è la mia pipa?>>

<<Non lo so.>> Non ricordavo dove l’avevo appoggiata.

E giù una raffica di schiaffi che mi spostava da una parte all’altra. Ero minuta per la mia età, ma avevo muscoli forti. Non reagii per istinto di sopravvivenza. Non era la prima volta che lui mi picchiava, e succedeva sempre quando la mamma non c’era, ma quella volta fu l’ultima. Si fermò solo quando mi vide uscire il sangue dalla bocca:<<Non dire niente alla mamma, sennò le prendi di nuovo.>> E se ne andò sui suoi piedi pesanti e grossi a cercare la pipa nella mia stanza.

In quell’istante l’anima, che neanche sapevo esistesse, si congelò ed io trovai una porta segreta per scappare dal mondo. Il dolore aveva limato, giorno dopo giorno, la mia libertà. Avevo pianto più lacrime di quelle che ha un bambino. Fuggii da lui e da quel mondo di grandi ignari e poco attenti. Entrai nella terra del silenzio, un paese dal quale spesso non si torna indenni. Non fu difficile,  un gesto naturale, come entrare in un’altra stanza, un’assenza e improvvisamente capii i pesci nell’acquario.

Vedevo mia madre Michela, il mio patrigno Paolo e il fratellino Giacomo muoversi senza suono, né rumore. Erano lontani e nessuno mi avrebbe potuto più fare del male. Li lasciai al loro destino.

 <<Lucia, amore perché non rispondi?>> La mamma all’inizio pensava fosse un gioco.

<<Lasciala perdere, è stupida.>> Paolo era nato privo di bontà.

Chiamarono la mamma da scuola:<<Signora la bambina non parla più. E’ successo qualcosa a casa?>>

<<No, niente. Sarà un capriccio. Poi gli passa.>> Hanno uno strano modo i grandi di risolvere i problemi.

<<Guardi che la bambina non parla già da tre, quattro giorni.>> La maestra si era accorta che nei miei occhi l’orizzonte si era spostato, guardavo oltre.

La mamma provò con le coccole:<<Tesoro, c’è qui la mamma, stai tranquilla. Dimmi che cosa c’è…>> Poi provò a sgridarmi:<<Adesso basta, Lucia, hai passato il segno. Se non ricominci a parlare ti metto in punizione e non vai più a giocare in cortile con gli amici.>>

Mi diede uno schiaffo e vide che nemmeno piangevo. Oramai me ne ero andata.

Non piangevo e non parlavo. Entrai nel mondo dei diversi, degli strani, dei non abili, di chi non usa le cosidette funzioni normali per vivere, di chi dev’essere assistito, gente inutile,  persone che possono essere amate.

Mi misero in un Istituto:<<Tesoro vedrai che qui potrai guarire.>>  Guarire da cosa, dal male dei grandi?

Lì  eravamo tutti un po’ strani, marziani e anormali, eccentrici e difformi. Lì eravamo tutti bambini e il dolore si era cucito una tasca nel cuore.

Avevo un segreto per continuare a vivere: scrivere, un’azione che non da fastidio, che passa inosservata, nemmeno si sente.  Riempivo quaderni, taccuini, block notes, di una scrittura  minuta e indecifrabile. Riempivo le stanze, il tempo, gli occhi, le mani e il cuore.

Scrivevo, nel mio silenzio scrivevo, una corda che mi teneva legata alla terra e che rivelava la mia esistenza. Parole senza suono, ma segni concreti, oggetti poggiati su una pagina bianca. Scrivevo quel dolore che mi aveva scheggiato la vita, scrivevo dei cani abbandonati, e dei fiori che spuntano da soli, dei bambini senza nessuno e delle lacrime che si asciugano prima di essere viste. Scrivevo di mamme inventate e di papà buoni, delle conchiglie raccolte al mare e degli uccelli in volo. Scrivevo di Maria, la bambina che piangeva sempre, di Davide che urlava, del dott. Mauro e delle formiche che non si fermano mai.

Giorni su giorni, colloqui, test, psicologi, quaderni,  le medicine, le lenzuola fresche, il silenzio, la colazione. Ai biscotti ho sempre preferito la pizza.

Giorni su giorni, a volte tornavo a casa, più estranea che mai. Io stavo lì buona in un angolo del salotto senza fare niente oppure mi mettevo a scrivere. Mi parlavano, non rispondevo.

<<Tesoro che belle cose che scrivi.>> La mamma ogni tanto provava un avvicinamento, ma leggeva solo qualche parola dei miei quaderni e poi passava ad altro, raccontava quotidianità e faccende, preoccupazioni e inezie. Che ci fai con una bambina che non parla? Gli dovevo sembrare un albero, forse ero un albero.

Un giorno di quei giorni su giorni il dott. Mauro venne con un signore al quale aveva fatto leggere uno dei miei quaderni, La storia della bambina che non c’è. Era un editore. Io non sapevo nemmeno che cosa fosse un editore. <<Lucia è molta bella questa storia. Stiamo facendo una raccolta di storie scritte dai bambini. E vorremo inserire la tua nell’antologia. Sei d’accordo?>> Mi porse un foglio per scrivere la risposta. Non guardai nessuno e aspettammo. Nessuno aggiunse parole inutili ed io scrissi si.

Fu considerato un successo terapeutico il mio si  e fu la prima storia che pubblicai. Tornai a casa, silenziosamente normale. Così di silenzio in silenzio divenni una scrittrice, ma in realtà lo sono sempre stata perché conosco il posto dove si inclinano i cuori e raccontano storie, so che dietro gli occhi ci sono terre e paesi e che la cartilagine dell’amore si spezza facilmente.

Non ho mai smesso di scrivere questo silenzio, lo spazio pieno dove entrano le fate e i mondi buoni, dove ascolto i pianeti e i profumi dei fiori, dove ci sono angoli ricamati di pensieri e persone cha sanno parlare ai delfini, pittori che odorano di lentisco e onde che lavano il cuore, bambini raccolti e baci regalati, poesie, spezie e sapori selvatici e dove i dolori non fanno neanche rumore.

© Alessandra Corsini – All Rights Reserved

 

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Premio “Stefano Marello”

20 mercoledì gen 2010

Posted by alessandracorsini in Articoli, Premi Letterari

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L’incontro con un uomo è un sincrono che può lasciare tracce, profumo e storia, perché ogni uomo porta con sé la sua leggenda.

Non conoscevo Stefano Marello, non sapevo nemmeno che esistesse, non ne avevo mai visto il viso, camminato al suo fianco,  parlato con lui e non l’ho incontrato da vivo, ma ne ho respirato la realtà, l’ampiezza e il cuore.

Ho partecipato ad un concorso di poesia, ho vinto, ho preso un treno ed ho incontrato la sua famiglia e la sua storia.

Pensavo fosse  un premio invece era amore, perché chi ama gli uomini lascia impronte, fragranze e vita.

Nato povero nelle langhe piemontesi, vive e cresce, studia dai preti,  a tredici anni fa il pastore per aiutare la famiglia, piange tutte le notti, bambino sotto le stelle. Il padre apre una carrozzeria a Torino che diventa luogo di accoglienza e lavoro, crocevia di   pensieri, uomini, arti, cuori. Un cenacolo.

Tracce.

Ho incontrato un uomo. Ho preso un treno e sono tornata.

Di un viaggio la memoria può fare qualunque cosa, ma quando rimane inciso il cuore è un viaggio per sempre.

Grazie Stefano.

 

Centro Sociale
Ho rinnegato mio padre per improprietà
per la sua cartella d’avvocato
e il perimetro della perfezione
ho lasciato l’autunno e le altre stagioni
alla memoria dei poeti
e vivo per vocazione nella casa sul fiume
tra letti comuni e ore sovraffollate
dicerie e politica e vino senza più favole
un passo o due fino alla fontana
e piango di giovinezza e per amore
e per questa inconfessabile  solitudine
che non si dice tra fratelli
e mi lascia umido
e anche stanco
di una vecchiaia senza rughe e senza anni 

 

© Alessandra Corsini – All Rights Reserved

 

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L’ULTIMA STAGIONE

07 giovedì gen 2010

Posted by alessandracorsini in Articoli, Premi Letterari

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Mi piace sentire sull’asfalto bagnato  il rumore delle ruote, il tergicristalli che geme, la pioggia che s’infittisce, la musica,  i pensieri che  si fanno onda e acqua tra le linee barcollanti delle luci. Devo passare da Maria a prendere il dolce, andare alla posta, comprare il pallone a Paolo e prenotare il ristorante per venerdì sera, una cena per noi due soli.

Chi guida guarda avanti, una programmazione dell’occhio che sposta il presente all’attimo dopo, la misura della distanza e dei fari, una perfezione cronometrica di tempi e geometrie, novanta chilometri l’ora.

Il fotogramma ed è notte,   i fari vanno fuori carreggiata,  non sono i miei, mi trovo una macchina davanti che mi viene addosso, giro il volante, non voglio frenare sull’asfalto bagnato, sento la macchina che sbanda, ma la controllo, poi  altri due fari davanti e freno. Un calcolo non previsto.

 

Sono morto. Sono vivo. La vita è velata, sfumata, niente ha un bordo preciso, non riesco a mettere a fuoco il vocio e il bianco.  Il dolore si prende tutte le forme, fitte, spasmi, bruciore, croci, lame, trapani, doglie, sento anche le doglie. La testa implode e sbatte su se stessa. Immobile, neanche mi muovo.

“Si sta svegliando.”

Chi si sta svegliando?

Un uomo in bianco, due donne in bianco, un uomo in verde, ma che è successo alla moda negli ultimi giorni?

“Tesoro sono qui.”  Franca, mia moglie, l’unica con un po’ di buon gusto, in rosso.

“Ciao Marco.”

Ho un mascherina, non posso parlare, situazione difficile, sono sempre stato un uomo razionale, non so quale sia il problema, cazzo che dolore!

“Tesoro puoi ascoltarmi? Mi senti?”

Certo che ti sento Franca, ti ho sempre ascoltato, no, non è vero, a volte non ti ho ascoltato e tu ti arrabbiavi quando non ascoltavo e litigavamo. Distratto. Il lavoro, l’amante di turno, Paolo che mi parlava della scuola,  la mia squadra di calcio, la cena con gli amici, la partita di calcetto, mia madre che rompe. Mi sembra  sempre di dover mettere insieme dei pezzi che insieme non ci stanno.

“Marco mi senti?”

Si, muovo la testa, no  non l’ho mossa, ma lei ha capito che sento.

“Sei in ospedale tesoro, hai avuto un incidente.”

Quando? Ah, si quel coglione che mi è venuto addosso sulla mia corsia, spero ci sia rimasto.

Va bene, si spiega tutto, il dolore e  il resto. Il corpo è diventato una marea che m’invade, senza neanche la spiaggia. Ma dove ci si riposa qui?

I giorni si costruiscono la loro sequenza, vado avanti senza organigramma. Uomini e donne in bianco, in verde, Franca che arriva, i dolori sbagliano posto, le gambe e la testa patteggiano fitte, i farmaci, le analisi, respiro e mi ricordo che è autunno.

“Come ti senti oggi?”

“Meglio molto meglio.”

Parlo pure, sta andando tutto a posto.

“Buon giorno Marco, il decorso è molto buono. Tra qualche giorno potrà lasciare l’ospedale.”

“Grazie dottore, ho voglia di tornare a casa.”

“Le devo dare un’informazione complessa e difficile Marco”, pausa, ma che vuole adesso, “lei ha avuto una lesione nella zona cervicale del midollo spinale e  questo comporta una paralisi motoria di entrambe le gambe,  ha perso il movimento spontaneo bilaterale degli arti inferiori. Il problema della medullo lesione coinvolge vari aspetti legali e sanitari che  le saranno illustrati in seguito. Mi dispiace.” Mette una mano sulla mia spalla.

Rimane fermo e mi guarda. Che succede?

Ma che cazzo ha detto? Franca che sta dicendo?Le gambe le ho, le vedo, non le hanno tagliate, quindi, ce la faccio, ce l’ho sempre fatta.

L’eco delle sue parole non se ne va, forse l’udito non va bene, l’eco mi traccia nel cervello geometrie veloci che mi bucano la testa. Sono bucato.

Urlo. Non mi accorgo di urlare, ma urlo.  Non sono io, io lo guardo urlare e aspetto che lui finisca. Gli hanno detto che è paralizzato. Non è possibile, lui non è paralizzato, lui non è mai stato paralizzato, si sono sbagliati, è una diagnosi sbagliata, si riprenderà e camminerà di nuovo. Lui continua a urlare. Gli fanno un’iniezione. Sua moglie piange. Ecco adesso si calma, è andato tutto a posto, domani camminerà di nuovo.

 

Esco dall’ospedale in carrozzella perché sono ancora debole, poi inizierò la riabilitazione, è già successo quando mi sono rotto la gamba sciando, ci vorrà un po’.

“Ciao papà.”

“Ciao tesoro, sono tornato.”

“E’ vero che non puoi più camminare?”

“Vai di là tesoro, il papà è stanco, non vuole parlare.”

Ha disubbidito, come al solito, la mamma gli ha detto di non parlare di questo argomento e lui se ne frega. Com’è cresciuto.

Sono malato. Franca ha preso un badante, è sempre stata una moglie efficiente. Il pensiero è diventato un mosaico, non riesco a costruire nessuna forma, si sfalda sugli inizi e sulle conclusioni, un movimento tellurico che mischia persino le stagioni.

“Franca in che mese siamo?”

“Novembre.”

Ah, è successo in autunno.

Mi spostano, mi lavano, mi vestono. Mangio da solo, uso il telecomando, leggo, telefono, guardo fuori. Io che sono un sistemista non ho mai calcolato quante foglie perde un albero in autunno e con che frequenza. Cadono per una legge di posa, se ne vanno e non tornano più, è una vita che dura una stagione. L’albero rimane e non corregge il suo futuro. In primavera avrà foglie nuove.

Maledico Dio, prima non ci avevo mai pensato a Dio, però adesso lo prendo in considerazione e lo insulto. Bestemmio, urlo, mi quieto.

A volte parlo di cose normali, l’ordinarietà del quotidiano.”Com’è andata la scuola? Franca mi fai il pollo alle mandorle? Mi servono i giornali. Devo chiamare l’ufficio. Posso lavorare da casa intanto. Quando viene tuo cugino? Perché è dimagrito Lillo (il cane shitzu)? Vorrei comprarmi un golf blu.”

Anche camminare era un gesto ordinario. Chi se ne accorgeva di farlo.

Ancora non voglio uscire. Sono malato.

 

Poi un giorno è successo, sono uscito con la mia sedia, il badante, mia moglie e mio figlio. E’ quasi Natale.

Ho ripreso il lavoro, non come prima, lavoro da casa. Vengono gli amici, chiacchiero esco, non gioco più a calcetto, vado al cinema, a fare la spesa, dal veterinario, e non lo faccio mai da solo. E rimango seduto. Sono sempre seduto, tranne quando dormo.

Piango. Piango la memoria, piango quello che ero, piango tutta la vita che avevo e che dimenticavo perché andavo sempre di fretta, piango di non poter più portare Lillo a spasso e giocare a pallone con mio figlio. Piango perché Franca si farà un amante, è giovane e bella e perché avrei preferito morire. Mi trovo qui in questa vita in standby, ma sono vivo?

A volte sono in pace, no, non proprio in pace, sono passivo, rassegnato o forse solo inerme, come quando sono nato e non avevo ancora la memoria di questa vita.

Ho visto lo psicologo e farò degli incontri con altre persone paraplegiche. C’è tutto un metodo e assistenza e aiuto per chi si trova nella mia condizione. Una buona organizzazione.

E’ il primo Natale da seduto. Mi si abbassata la prospettiva geometrica dello sguardo. Il mio comportamento è migliorato, sono sempre stato una persona razionale, risolverò anche questo problema. Parlo di meno, perché i pensieri si prendono più spazio.  Paolo mi aiuta continuamente, è un bel ragazzo, sarà uno sciupa femmine come me.

Natale, gli angeli, Dio, le stelle, i regali, il freddo, il traffico, i baci e gli abbracci.

Io non lo so se è colpa di Dio quello che mi è successo, non lo so mica più che roba è la vita, però sto qui e piango e rido come gli altri, in questo siamo ancora uguali. “Papà ti voglio bene.”

“Anch’io tesoro.”

Io e Franca non litighiamo più, sono così presente adesso, si stuferà un giorno di tutta questa mia diligenza. E i suoi occhi verdi sono ancora più belli.

Aspettiamo la mezzanotte per scartare i regali e le voci si sommano tra i Buon Natale, i come stai, quanto tempo, ti trovo bene, e aspetto quest’ultima ora prima della nascita di Gesù bambino. Io e Paolo abbiamo fatto il presepe e ora che non cammino più mi sento solo un viandante che aspetta le ore e il cibo, una carezza, una porta aperta, una parola, l’accoglienza e anche l’amore.

 

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PREMIO

28 lunedì set 2009

Posted by alessandracorsini in Articoli, Premi Letterari

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Il racconto vincitore del concorso indetto dalla Banca MPS, edizione 2009, Una storia italiana:

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Una storia di famiglia

 

Mia madre era sbarcata in America con gli occhi spersi e lo stomaco in subbuglio per il mal di mare.  Mio padre era partito tre anni prima con la sua borsa da lavoro e una piccola valigia. Papà era sarto, ma disegnava anche modelli, al paese glielo dicevano tutti che era bravo e venivano a cercarlo  dalle città vicine. Un giorno era andato da sua moglie Dora e le aveva detto:”Vado in America”.  Le donne alzavano la testa, ascoltavano e non dicevano né si, né no, guardavano il marito, accennavano un movimento con gli occhi e tornavano alle loro faccende. La vita era divisa in azioni e necessità, il piacere era un pane prezioso da mordere. Al matrimonio si arrivava vergini, ma le voci della gente raccontavano i peccati senza pentimento. Dicevano che mio papà Giuseppe fosse andato a letto con la sorella di sua moglie la notte prima delle nozze. Una storia di famiglia che rimase senza commenti.

 Mamma sentì la parola America e continuò a cuocere  le sue  neule, un biscotto abruzzese che si riempie con la marmellata di visciole, a volte, nella marmellata, ci si mette dentro pure qualche pezzetto di cioccolato. Anche perché chissà dov’era l’America, era come dire la parola cielo, era da qualche parte, lontano. Mia mamma era donna di terra, amava i suoi olivi e la pietra che si spaccava, i muretti di confine costruiti a secco e le pecore sui tratturi. Figlia di un mezzadro che era diventato possidente, conservava l’abitudine al lavoro e le mani segnate dalla fatica. Lei quella terra non la voleva lasciare, ne amava i profumi e le incertezze, le asperità e i silenzi, ma era nata donna e poteva solo tacere, lavorare e fare figli.

 Ti immagini una vita, te ne capita un’altra.

 

Mio padre disse New York e lei si preparò a partire. Raccolse i pensieri, qualche regalo di nozze, lo scialle di seta blu, la catenina con la madonna lasciata da sua madre e il cane volpino Lilli, quello non lo lasciava. La nostalgia era affare dei poeti e lei era nata contadina.  Giuseppe   aspettava la moglie sul molo, elegante nel suo vestito marrone con gilé e cappello. Mia madre era una donna robusta con il passo piantato forte nella terra, gli occhi scuri e il seno grande. Vestiva di scuro, come si usava al suo paese, i colori erano dei fiori.  Scese con Lilli, la valigia e il mal di stomaco tra urla, saluti, fazzoletti e incertezza. Gli odori non li riconosceva. Andò incontro al suo uomo, bello, con gli occhi chiari e spavaldo. Fu un abbraccio tra la folla, un’intimità che crea la moltitudine

Vivevano a Brooklyn in una casa di due stanze. Nel soggiorno Giuseppe riceveva i clienti, tagliava e cuciva i vestiti, con il suono ritmico della macchina e le dita da saltimbanco. Dora rimase incinta per occupare il tempo, senza la sua terra era ancora più silenziosa e taciturna, puliva la casa, faceva la spesa, osservava il marito mentre lavorava.  Certe vite passano senza disturbare. Note di uno spartito che nessuno ricorda. La cucina era l’unico posto che si gonfiava di emozioni, colori, sapori, eros, audacia e profumi. Dora diventava una donna libera tra le padelle, le pentole, le spezie, i sughi, la carne, il pesce, le verdure, la torta di mais, la cicerchiata, nessuno le dava ordini, regnava sulla spesa e le pietanze, sul gusto e il suo piacere, suo marito ingrassava ed era un buon risultato.

          Il quattordici giugno nacqui io, prima figlia, femmina, nome Giulia.

Non ho mai visto i miei genitori scambiarsi una carezza o un bacio, ma tra quelle lenzuola al profumo di marsiglia qualcosa dev’essere successo.

Bionda come mio padre e con gli occhi verdi, americana di nascita, abruzzese nel cuore, ero la sintesi di un viaggio, forse di un amore,  ero una bambina che tutti immaginavano, ricca, famosa e felice, perché noi sceneggiatori di sogni  costruiamo le vite, donne povere, ricche, uomini, operai, imprenditori, accattoni, ci immaginiamo un attimo di fama che faccia ridere anche Dio, un attimo di gloria per non morire, una poesia che ci canti  e la voce dei bambini che si fanno grandi e inseguono l’eroe.

 

Sono successe tante cose da allora, un matrimonio, due figli, una vedovanza, tanti soldi, pochi soldi, la fuga di mio padre, due gatti e un cane, i calcoli ai reni, l’artrosi, i traslochi, la morte dei miei genitori,  i libri e la musica classica. Tramonti in città, le gite al mare, gli sbagli da madre e l’impotenza di essere migliore. La notte sempre le stelle.

Adesso sono vecchia e tutto se n’è andato.

Con la meticolosità di ogni uomo e donna sulla terra ho ripetuto tutti i gesti, rifatto i letti, la spesa, mangiato solitudine, fatto l’amore, bevuto, guidato, annaspato nel di più e nel di meno, e adesso  alla fine della mia leggenda, perché ogni uomo è una leggenda nella sua storia semplice e ripetitiva, nelle sue lacrime e nelle sue speranze, perché   nessuno potrà mai riprodurre il suo cuore, mi cibo ancora di qualche sogno, ma non li racconto più.  Li impilo accanto al letto e poi spengo la luce.

Adesso in questa sera d’estate con la pelle che cala, i silenzi e le mie piante fiorite, mi dispiace non avere un abbraccio, l’ultima memoria d’amore da portare via con me come un bagaglio leggero.

© Alessandra Corsini – All Rights Reserved

 

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SENZA GIORNO

27 martedì gen 2009

Posted by alessandracorsini in Articoli, Premi Letterari

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Stamattina ho avuto la notizia che con questa pagina d’amore ho vinto il premio letterario, “San Valentino 2009. Una pagina d’amore”. A mio padre che ho amato più del cielo le mie parole 

L’undici giugno ho compiuto cinquant’anni papà, una grande festa con amici, sorrisi, brindisi regali, luna, vento e stelle, persino i musicisti. Tu avresti avuto settantotto anni.

L’ultimo compleanno che abbiamo festeggiato insieme l’abbiamo passato in Sardegna. Tu dovevi partire per  un appuntamento di lavoro ed io ti ho chiesto  di venire con te. Avevo quattordici anni. Mi ricordo soprattutto i ristoranti, le fragole, il dolce, noi seduti vicino, le parole non le ricordo, il nostro amore era fatto di vicinanza. Era giugno.

Passa l’estate con quel suo ritmo sfocato, i colori del giallo, l’abbronzatura, il mare e la montagna.

Ti seguivo con i passi in montagna finché potevo, poi ti seguivo con gli occhi, tu eri uno scalatore, serpe di roccia, t’inerpicavi tra spazi e pietre con un’agilità che a terra, il tuo fisico robusto non dimostrava. Ti guardavo salire e il cielo era più vicino.

Ottobre, ricominciano le scuole. Scuola nuova, il ginnasio, ragazzi grandi, capelli lunghi, jeans, maglioni enormi, allora era così, lotte politiche, l’idea vaga di un mondo migliore e sorrisi per i primi amori. Io ero schiva, timida, lo sai, sempre presa da affari diversi da quelli terrestri, a cercare mondi lontani, la linea dell’orizzonte, almeno un punto di perfezione. Già da allora scrivevo per tenere compagnia all’anima, le parole silenti, buttate lì su un foglio, sono sempre state un suono e un ritmo per aggiustarmi il cuore, saldare la memoria, ricordarmi di Dio, parlare con gli antichi, rubare divinazioni e cercare l’amore. Ma non ti leggevo niente, un pudore e un segreto quel mio scrivere.

La sera era il momento più bello, quando tu tornavi, i gesti del saluto, un regalo, un’affettuosità, i giochi conosciuti, le domande per capire meglio il mondo e i gesti ripetuti che rinforzano l’amore. Non ti raccontavo nemmeno le mie giornate, la vita preferivo scriverla, di parole per parlare me ne servivano poche, non mi piaceva occupare il silenzio, preferivo guardare, guardarti, così il bene si attaccava tutto.

Undici ottobre. Senza giorno, ricorderò così quella mattina.  Una bidella bussa alla porta della mia aula per accompagnarmi dal preside. Non faccio in tempo a formulare nessuna ipotesi. Il preside mi dice:”Devi andare a casa. Ti aspettano.” C’era una vicina fuori dalla scuola per accompagnarmi a casa. Non dice niente, non chiedo niente. Camminiamo e basta. Una bella giornata di ottobre, luminosa, le foglie non ancora gialle,  quel tremolio della luce che hanno le stagioni di passaggio, il movimento di sempre della città. Strano come i nostri contorni rimangano fermi di fronte alla vita che si slabbra, cornici che non decadono anche se la tela si frantuma. All’ingresso, il pavimento di marmo bianco, mia zia, una delle tante mi dice: “Tesoro te l’hanno detto con calma che il tuo papà è morto?” Non ho risposto, non ho più risposto, da allora, all’ottusità.

Sai papà, mi rendo conto adesso, che in cinquant’anni non ti ho mai scritto una lettera, se non quelle letterine per la festa del papà che ci facevano comporre a scuola.

Non sapevo che si rimane orfani per sempre, non è uno stato civile, ma un vestito del cuore, non te lo togli più, ti riempie i pensieri e i gesti, le pause e i silenzi, la memoria rimane bloccata, la propria storia si corrompe, un’acidità della mente, la sensazione indelebile di essere diventato diverso.

Caro papà chissà da quelle case del cielo come si guarda alla vita quaggiù e quali ponti ignoriamo per stringervi la mano. Però, ti dirò la verità, a me degli altri morti non importava niente, volevo solo il privilegio di una carezza ancora, l’unica che mi toglieva di dosso la pelle della solitudine.

Fra poco è Natale, un altro, pastori, poveri, alberi, palle colorate, regali, corse, angeli, traffico, paure, solitudini, fame, tutti ammucchiati insieme, come al solito. Il presepe terra, con le sue lucine e i via vai delle genti è sempre un po’ arrangiato e incerto.

Il calco del tuo corpo è nelle mie mani e i piedi, li abbiamo uguali. Il calco della tua anima è la mia risata, ridiamo nello stesso modo, ma quello più importante è il calco della tua mano, mi è rimasto per sempre sulla spalla.

                                                                                          Tua figlia

                                                                                       Alessandra

 

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Una lettera d’amore

31 giovedì gen 2008

Posted by alessandracorsini in Articoli, Premi Letterari

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Questa lettera che pubblico ha vinto un premio, ma non la pubblico per quello, la pubblico perchè è una storia, storia di chi in ogni lacrima conserva un sogno.

IN INVERNO

Ogni riflesso d’acqua contiene il tuo volto, Maria, perché tu eri così, acqua, soprattutto al mattino quando mi scivolavi addosso cercando i profumi, quelli che la notte condensa in memorie d’amore e piaceri. Baci e parole sparse, più poesie che orgasmi, una bellezza guardarti mentre risalivi alla vita vorace e curiosa, morbida, con il bacino che si faceva casa e poi alcova.

Tu eri fatta così. Un interesse per me che sembrava uno studio, volevi ricordare i miei ricordi “per guarire il dolore”, dicevi. E mi osservavi, mentre dormivo, perché la selvatichezza non mi abbandonava mai, ma la nudità era un tuo possesso.

Il ricordo più bello: non lo so, perché la memoria se ne immagina tanti, però un giorno  mi hai detto:”Questa seconda parte della vita voglio essere felice.” E per farlo dovevi lasciare tuo marito. I figli no, quelli sono sempre possesso e cuore di donna, bagnati da lei, la madre, che nei liquidi li cresce e li nutre, latte, acqua, lacrime e silenzi. “Mamma”, nessuno conta mai quante volte dice questa parola che sia per amore o per odio, santifica sempre la vita.

Avevi le chiavi della mia casa che da scoglio era diventata terra buona, un rifugio all’altra vita che ti rubava la verginità, la pace e la bellezza, perché tuo marito non sapeva che cosa farsene della bellezza, lui ti voleva a gambe larghe, la casa pulita, la cena pronta e nessuna scocciatura dai figli. E tu correvi come una trattola impazzita tra il supermercato, il letto, l’ufficio e la scuola dei figli, gli amanti e le storie poi, te li facevi per paura di piangere troppo, ma la desolazione non passava.

Ma io non ero un amante, non ne ho le capacità, né l’indifferenza, amo la tragedia, il mare, la conoscenza, la terra e ogni sole, perché i soli sono tanti.

Ti volevo. Io che avevo evitato ogni matrimonio e i vincoli di un quotidiano fatto di necessità e figli, ti volevo. Ti volevo come voglio il cielo, entrambi mi siete cari, per la vastità, l’irresolutezza e le partiture variabili. E le stelle che tu portavi negli occhi.

E dopo tante lacrime, le mie e le tue, un giorno l’hai fatto, sei venuta e mi hai detto:”Lo lascio. Voglio vivere con te, questa seconda parte della vita voglio essere felice.”

Un attimo. Le ore sembravano poche, forse perché il destino ci lasciava i suoi odori attaccati. Un attimo per fare il trasloco, sistemare i cani, prendere il gatto, ascoltare i figli, abbracciarli sempre, e trovarci la sera a cenare insieme e la domenica ridere più forte, perché ci stavamo abituando alla gioia.

Un attimo. Per la diagnosi, la malattia, le corse all’ospedale, il sentimento del futuro, i tuoi figli da tranquillizzare, la speranza e la richiesta di miracoli. Accendevo candele in tutte le chiese, pregavo per rabbia, dolore, paura e coscienza d’amore.

Un attimo. Per tenerti la mano, baciarti, vegliare, ricordare una storia e un desiderio, pensare alle nostre  vacanze ad agosto e a te che nuotavi solo nell’acqua bassa.

Un attimo. Per il funerale, le preghiere, le valigie, i figli se li è ripresi il padre, tornare alla casa dove era nato l’amore e anche il futuro.

Cara Maria, non sono più neanche riuscito a scriverti dopo il funerale, nonostante la mia dimestichezza con il cielo, il cuore mi ha chiuso le parole, così ho ricominciato oggi, in inverno, con questa lettera che lascerò appoggiata sulla scrivania, come si fa con le lettere da imbucare. Te ne scriverò altre perché tu le parole le sapevi trattare e anche il mio cuore l’avevi scritto nelle tue poesie, con quella facilità e irriverenza con la quale mi abbracciavi e mi facevi ridere.

Le tue foto ancora non riesco a guardarle e il pianto mi rimane attaccato come una resina che non si toglie. Chiudo gli occhi mentre mi sciacquo tra lacrime antiche e il tuo profumo ritorna. Amore caro sognami e aspettami, come faccio io, perché c’è un luogo del cielo dove tutti i sogni diventano veri.

                                                                        Marco

 

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