
Qui da noi Abhijit è di nuovo autunno. Te lo ricordi quando ci siamo incontrati per la prima volta davanti alla scuola? Io avevo appena comprato un fumetto di Batman e lo stavo sfogliando nel cortile prima di salire in classe. Era un debole giorno di ottobre, tra foglie rosse e primi giacchetti. Tu stavi con gli occhi fissi sulla copertina del mio giornaletto.
<<Lo vuoi vedere?>> Stringevo facilmente amicizia con tutti.
<<Si.>> E sorridesti su quei tuoi denti bianchi.
Era il quindici ottobre. Io avevo tredici anni tu dodici. Classi diverse, occhi diversi, i miei sono azzurri, pelle diversa, e diversa pendenza. Io ciondolo sul piede destro, tu sul sinistro. E’ andata così veloce la nostra giovinezza, che quasi non la ricordo, la memoria non ce l’ha fatta a ritenere tanta frenesia, ma tu sei diventato il mio migliore amico. Sempre insieme, tra ragazze, sigarette, sogni e l’idea di cambiare il pezzo di mondo che conoscevamo. Poi un giorno un ragazzo ti diede un pugno:<<Sporco negro.>> Sbagliò pure la razza perché tu sei indiano. Tornavi da scuola, eri solo.
Me l’hai raccontato dopo una settimana, anche se io indagavo di continuo su quel labbro gonfio.
<<Ci penso io, ora lo pesto.>> Ero alto, già uomo tra muscoli e rabbia.
<<Lascia stare Ale, non serve.>> Pendevi sul piede sinistro e guardavi un gatto di strada.
<<Mio nonno dice di pregare e basta. Sono gli dei che fanno i conti del bene e del male.>>
<<E che conti fanno se quello se ne va indisturbato a menare altra gente? Gli va data una lezione, altro che dei.>> Mi hai sorriso, come facevi sempre quando volevo risolvere i problemi a suon di cazzotti.
<<Un giorno gli uomini non avranno più paura degli uomini, lo dice mio nonno.>> Eri nato mite, a volte pensavo che eri un vigliacco e un credulone, i tuoi dei erano troppi perché io ci capissi qualcosa. La mia famiglia non era religiosa, comunque noi in Italia ce la cavavamo con un Gesù, una Madonna, S.Giuseppe e Dio, lo sapevo persino io. Ma per me era tempo perso starli a pensare, ero portato per l’azione diretta, uno schiaffo, un sorriso, un bacio, un passaggio, passare i compiti, suonare, bere, dare una mano. Ma tu avevi quel tuo mondo di dei che dicevi ti seguivano e ti istruivano.
La vita ci è passata veloce spingendo dappertutto, la fine della scuola, il lavoro, il matrimonio, i figli, le chiacchiere, le malattie, la paura, i week end. A trent’anni sei tornato a Calcutta, nelle labbra grandi della tua famiglia che era come i tuoi dei, piena di gente.
Sono venuto a trovarti tre volte, da solo. E ho respirato quella puzza che cuce le città indiane e ancora più dei, collezionato sorrisi e benedizioni, mangiato dahl, riso, verdure e pollo, pregato Ganesh anch’io, visto che porta fortuna, girato tra illegittime povertà e irreparabili karma. Ho manomesso la mia logica e i nodi delle ideologie e ho preferito sedere a parlare con tutti e quando non sapevo parlare, ho imparato a sorridere.
Su e giù, tra te e me, e la vita che prendeva olocausti e pegni. I dibattiti quotidiani per far orientare i soldi e braci nel cuore per amore e per le ingiustizie.
Poi la telefonata di tua moglie. Di nuovo autunno. Quest’anno è più freddo.
Eri andato a trovare un amico cristiano quando nel quartiere si scatenò una rappresaglia mussulmana. Ti trovavi lì per caso, come una foglia o un soffio di vento. Durante l’assalto della violenza morirono quindici persone. C’eri anche tu. Eri andato a trovare un amico e non eri neanche cristiano. Le lacrime. Sono le ultime voci che mi rimangono e ti sto scrivendo questa lettera Abhijit, per fermare i fili della memoria, perché tu mi hai sempre detto che gli dei uniscono le anime, perché i colpevoli e gli innocenti viaggiano sulle stesse zattere, perché la vita si è fatta sempre più grande, perché la tua voce cantilenante era il gradino buono su cui mi sedevo.
Alessio
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