IL DOPPIO

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Il doppio mi è sempre stato amico
per la capacità di essere altro
eppure uguale

per l’inversione che mi sposta
il basso in alto
e l’importante in piccolo
per ogni bugia
che ha una sua verità
per la follia della luce
e il suo riverso
devoto il  buio
  che  cela
gli assurdi
 le ferite
e i figli mutilati
nell’attesa
di un altro mondo
il Paradiso
tutto racchiuso in una mano
tra palmo e dorso
insolito scettro

di carne
e arbitrio
che ara la vita
negli scoli del destino

© Alessandra Corsini – All Rights Reserved

COME MUORE UN POETA


 
Un poeta muore con levità, lasciando profumi, leggende e irriducibili parole.

Diana Festa is the author of four poetry books, Arches to the West, Ice Sparrow, Thresholds and Bedrock. She has also published four books on literary criticism, and a large number of poems and articles in various reviews and anthologies. She is the recipient of several poetry prizes, a Guggenheim Fellowship, and the Guizot Award from the French Academy.

IN WAIT

Agony is not in expectant death
but in streaks of fire spun 
from repressed anguish of the living.
Death is intent on its work of seduction
on the other side of the wall, primping
its face with rouge and lipstick.
 
We’ve become friends, almost, even as I hold it
at arm’s length.
Stubborn in my erratic life, I keep my distance
a little longer, while I tramp
the incline before me, to find peace
in the blue, the pink that blend
with the air, till I hold
the sky in my hands.
 
I must ask somebody to come and paint
my window panes pink and blue
in simulated light of life, in refusal
of grays and invading shadows,
to recapture innocence.
 
I will restore in my hours, in the minutes
before me, shades of rainbow to annul
the rush of tears falling as flames
from a late noon hat hurried
to the deepest night.
 
Perhaps it isn’t as we fear dear god,
and in the end I will see
my home beneath a crystal roof,
there to lie in wait
without dread of the dark.
I will watch the nascent moon
before the day dies.
  
Diana Festa

DEL POETA

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Stillo le parole dal silenzio
che s’inturgidiscono diventando verso
che la vita si turba
di amori e di abbandoni
e sola la poesia rimane
ad inficiare il lutto
 impudica nel metro aperto
per raccolta di emozioni
cortigiana di stelle
e spietati amanti
dominio eterno
sulla caducità
le lacrime
e gli orrori
penitenti angeli e demoni
alla corte del poeta

© Alessandra Corsini – All Rights Reserved

da RISO BIANCO

 
 [...] Le prime strade del paese, gli scoli delle fogne, cani magri, botteghe di generi così antichi che non ne riconosco la specie, granaglie, stoffe, libri sacri, dolci coloratissimi, santi indiani, legumi, riso, porte aperte su una piccola miseria, ingressi che sono stanze e case, sorrisi.
Siamo vicini al tempio, si lasciano le scarpe al deposito scarpe, un servizio gratuito e gentile, e di colpo in questa notte s’apre lo spazio, il grande cortile bianco di marmo lucido, un albero nel centro, il pavimento levigato dal tanto camminare. Ci laviamo le mani e i piedi, la voglia di essere puliti, il tempio si leva potente e fermo, pietra che s’alza al cielo. Bisogna coprirsi la testa e non rivolgere mai la pianta dei piedi verso l’altare, un’offesa a Dio. Pareti bianche, niente iconografie, forme, figure, pareti vecchie, scrostate, nel centro l’altare e il Guru Granth Sahib, il libro sacro, la voce di Dio, i musicisti accanto all’altare, il turbante blu, e ancora quel canto che vibra fin dentro la testa, risuona, s’infila sotto la pelle e cammina lontano. Ci sediamo intorno con gli altri, i veli e i turbanti, la pelle dura della pianta dei piedi di chi cammina da tanto, una vecchia moquette intrisa di ogni macchia e preghiera, entra un anziano guerriero, la stoffa arancione, la lancia, le rughe che pendono ovunque, il pugnale, due bimbetti con lui si genuflettono davanti all’altare, e tutta quella magrezza e quella devozione rimangono ferme, da sole sotto le parole di Dio. Escono e mi dispiace che vadano via, mi affeziono ai gesti della preghiera e alla commozione.

© Alessandra Corsini – All Rights Reserved

Del mondo

     Del mondo c’è questo odore che vincola gli animi agli animi, imbastito di soldi, dolore e  paura,  calamità,  vuoto e il traballante mito di un’esistenza eterna.

<<Che c’entro io?>> chiede il passante <<Con la guerra, i terremoti e il nucleare? Ho la mia vita>>, e tira dritto al suo lavoro, la casa, le spese del giorno e gli infinitesimi pensieri di là e da dove.
Ricorda la memoria un antico sentimento: l’appartenenza, quel nucleo che dilata da me a te e che ci fa angeli, perché più nessuna vita rimane sola e nessun uomo abbandonato, perché nessun figlio sia solo figlio tuo, ma  mio e loro, e tanti i padri e le madri quanti i vivi, e tanti gli dei quanti i buoni pensieri e tanti i sogni quanta la bellezza.
E rido e piango tra un continente e l’altro e passo le mani alle mani perché così riesco a toccarli tutti, e scorro le parole perché chi grida al nord sia ascoltato al sud e chi non grida passi il silenzio perché qualcuno gli dia voce. 

© Alessandra Corsini – All Rights Reserved

 

 

11 marzo 2011

Sono vivo. Ero vivo.
I vivi e i morti si avvicendano in buon ordine in Giappone, con compostezza, tra gesti misurati, il dolore celato negli occhi e le mani giunte.  Ne ho viste tante di mani giunte, di giovani e anziani, sembra   una presa, che se ci sono dei ascoltino gli uomini vivi, che se c’è Dio preghi anche Lui, che non sappiamo mai quel che succede perché succede. Forme di acqua e fango. Un origami dove tutto è piegato, in un paese che ha preso un’altra sembianza. Nove gradi della scala Richter, così si misura un terremoto, ma quanti sono i gradi del cuore e come si misurano?
L’acqua dopo il tuono ha ingoiato le città e i suoi abitanti, il mare ha rivoltato le imprese dell’uomo.
Sotto i riflettori del mondo sfilano sagome educate che si muovono piano, madri senza figli, padri abbandonati, bambini con famiglie e bambini affidati, sposi tranciati, anziani senza più storia, animali vaganti, soccorritori silenziosi.  L’ordine non li disperde, figli di samurai, si mettono in fila perché il corpo ha bisogno di cibo, acqua, medicine, riparo.  Il cuore ora non lo può sfamare nessuno.
La vita prende pegni secondo la sua volontà.
La terra si infittisce di dolore, scarnifica la normalità del quotidiano,  quei gesti ordinari dimenticati nel giorno, dove ogni uomo  ripone se stesso.
Ogni volta che muovo le mani, pulisco, innaffio, amo, scrivo, telefono, prego, ogni volta che mi vedo le mani, vedo le mani del mondo, dei popoli, prima di me, dopo di me, le mani dei facitori, i viandanti,  i soldati, gli arrangiati, gli omicidi, gli artigiani,  i contadini, i disperati, i potenti, gli scienziati, i poeti.
Vedo le mani  di migliaia di uomini e donne giapponesi che lavorano ancora all’esistenza, questo grumo di carne e sangue che respira nel tempio del mondo e mi inchino a quelle mani per la loro forza, il silenzio, la dignità e i frammenti dei sogni che l’uomo s’infila nel cuore per ricordare la vita

© Alessandra Corsini – All Rights Reserved

UNA PAGINA D’AMORE



Cara Maria,

tesso i fili della memoria che ci hanno fatti vecchi e sposi.
Il tuo compleanno cade in inverno, stagione che  ti è cara, per la terra legata al silenzio e al divenire, per la luce bendata che ti cade  in grembo, limata, tersa e breve, per gli spazi, che tutto sembra più lento, e il freddo che ci fa vicini a tenerci le mani, per quell’istinto alla comunione che ci ha cucito le vite e lo sguardo.
Ottanta anni e le rughe, che pariamo due montagne. E ancora vai in giro con quei vestitini allegri e fiorati e il vezzo di essere bella, che sì, lo sei sempre stata.
Ti guardo come al torrente, nei campi persi dove ci siamo incontrati. Era estate e tu eri grano fiorente e ti sei fermata nell’incavo dove inizia la mia spalla. Ero  in jeans e  piedi nudi a osservare l’acqua. Hai scostato i capelli  neri, lunghi,  con un gesto leggero, una moina che ti fa ridere gli occhi.
<<Che fai?>>
Me lo hai chiesto come fanno i bambini, irriverente e diretta.
<<Guardo l’acqua.>>
<<E perché?>>
<<Perché nell’acqua trovi i sogni.>>
E il cielo finì tutto nel torrente.
La nostra storia si affrettò per non perdere giorni, vestita di orizzonti e baci, di viaggi e passione, insolenti e tronfi di un amore che non è mai finito. Giovani come i campi fioriti in primavera, densi di colore e tremiti.
Il matrimonio fu l’azione di ogni giorno, la cura, le corse, i figli, le ricorrenze, il cane, l’albero di Natale, il budino di fragole, i calzini sulla sedia, la lavatrice sempre rotta, i fiori della domenica, le visite mediche, il lavoro, i buon giorno, le dimenticanze, i bisticci, la rosa della pace.
Abbiamo scavalcato i corpi che si piegano all’età e le ridicole abitudini per rassicurarci sull’eternità e non so come fai ad avere ottanta anni,  perché io so che è passato solo un minuto da quel giorno al torrente.
Conosco la terra del tuo corpo, i nei, la falla dell’anca, e le dita eleganti, la natura dei tuoi occhi verdi che non hanno confine, il contorno del ginocchio e la piega della risata.
Ho protetto la decadenza della pelle, la folla delle imperfezioni e l’uscita della forza   che  a farci vecchi è mestiere antico.
Buon compleanno per l’infinita vita che ti pulsa nel cuore, per la tua paziente attesa alle mie intemperanze, per la paura che domi con la poesia, per le notti d’insonnia in cui culli le stelle, per la gioia di trovarti ogni giorno al risveglio.
Buon compleanno Maria che hai visitato tutte le stanze del mio cuore e ne sei sempre rimasta sovrana.
Riposo le mani tra le tue  e gocciolo la vita sul tuo corpo bianco dal sapore di luna e fuoco. E se l’eternità ha il suo gioco sfrontato di vita e morte noi siamo pronti per un altro giro d’amore.
                                                                       
                                                                              Giovanni

© Alessandra Corsini – All Rights Reserved

IL SORRISO DEGLI DEI

 

 Qui da noi Abhijit è di nuovo autunno. Te lo ricordi quando ci siamo incontrati  per la prima volta davanti alla  scuola?  Io avevo appena comprato  un fumetto di Batman e lo stavo sfogliando nel cortile prima di salire in classe. Era un debole giorno di ottobre, tra foglie rosse e primi giacchetti. Tu stavi con gli occhi fissi sulla copertina del mio giornaletto.
<<Lo vuoi vedere?>>  Stringevo facilmente amicizia con tutti.
<<Si.>> E sorridesti su quei tuoi denti bianchi.
Era il quindici ottobre. Io avevo tredici anni tu dodici. Classi diverse, occhi diversi, i miei sono  azzurri,  pelle diversa, e diversa pendenza. Io ciondolo sul piede destro, tu sul sinistro. E’ andata così veloce la nostra giovinezza, che quasi non la ricordo, la memoria non ce l’ha fatta a ritenere tanta frenesia,  ma tu sei diventato il mio migliore amico. Sempre insieme, tra ragazze, sigarette, sogni e l’idea di cambiare il pezzo di mondo che conoscevamo. Poi un giorno un ragazzo ti diede un pugno:<<Sporco negro.>> Sbagliò pure la razza perché tu sei indiano. Tornavi da scuola, eri solo.
Me l’hai raccontato dopo una settimana, anche se io indagavo di continuo su quel labbro gonfio.
<<Ci penso io,  ora lo pesto.>> Ero alto, già uomo tra muscoli e rabbia.
<<Lascia stare Ale, non serve.>> Pendevi sul piede sinistro e guardavi un gatto di strada.
<<Mio nonno dice di pregare e basta. Sono gli dei che fanno i conti del bene e del male.>>
<<E che conti fanno se quello se ne va indisturbato a menare altra gente? Gli va data una lezione, altro che dei.>> Mi hai sorriso, come facevi sempre quando volevo risolvere i problemi a suon di cazzotti.
<<Un giorno gli uomini non avranno più paura degli uomini, lo dice mio nonno.>>  Eri nato  mite, a volte pensavo che eri un vigliacco e un credulone, i tuoi dei erano troppi perché io ci capissi qualcosa. La mia famiglia non era religiosa, comunque noi in Italia ce la cavavamo con un Gesù, una Madonna, S.Giuseppe e Dio, lo sapevo persino io. Ma per me era tempo perso starli a pensare, ero portato per l’azione diretta, uno schiaffo, un sorriso, un bacio, un passaggio, passare i compiti, suonare, bere, dare una mano. Ma tu avevi quel tuo mondo di dei che dicevi ti seguivano e ti istruivano.
La vita ci è passata veloce spingendo dappertutto, la fine della scuola, il lavoro, il matrimonio, i figli, le chiacchiere, le malattie, la paura, i week end. A trent’anni sei tornato a Calcutta, nelle labbra grandi della tua famiglia che era come i tuoi dei, piena di gente.
Sono venuto a trovarti tre volte, da solo.  E ho respirato quella puzza che cuce le città indiane e ancora più dei, collezionato sorrisi e benedizioni, mangiato dahl, riso, verdure e pollo, pregato Ganesh anch’io, visto che porta fortuna, girato tra illegittime povertà e irreparabili karma. Ho manomesso la mia logica e i nodi delle ideologie e ho preferito sedere a parlare con tutti e quando non sapevo parlare, ho imparato a sorridere.
Su e giù, tra te e me, e la vita che prendeva olocausti e pegni. I dibattiti quotidiani per far orientare i soldi e braci nel cuore per amore e per le ingiustizie.
Poi la telefonata di tua moglie. Di nuovo autunno. Quest’anno è più freddo.
Eri andato a trovare un amico cristiano quando nel quartiere si scatenò una rappresaglia mussulmana. Ti trovavi lì per caso, come una foglia o un soffio di vento. Durante l’assalto della violenza morirono quindici persone. C’eri anche tu. Eri andato a trovare un amico e non eri neanche cristiano.  Le lacrime. Sono le ultime voci che mi rimangono e ti sto scrivendo questa lettera Abhijit, per fermare i fili della memoria,  perché tu mi hai sempre detto che gli dei uniscono le anime, perché i colpevoli e gli innocenti viaggiano sulle stesse zattere, perché la vita si è fatta sempre più grande, perché la tua voce cantilenante era il gradino buono su cui mi sedevo.
                                                                                     Alessio

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CARTEGGIO


 

 Ti scrivo dall’ultima casa che gronda d’inverno e dei tuoi pensieri. La casa dove sogni e memoria si confondono, gli uni perché seguono la catena del tempo, l’altra perché ritorna come oceano di relitti e di tesori.
Conosco il peso dei tuoi passi, un calco dopo l’altro nel fango umido e il vapore dell’aria imbevuta di  muschio e brina.
E nutro le tue labbra dei miei tempi con la disinvoltura dell’ala di un uccello, un battito e poi un altro che la vastità del momento  permette le licenze dell’amore.
Oggi ho sciolto l’ultima poesia sul davanzale perché fosse libera di andare senza più la prigionia del successo né la malevolenza dei miserabili, accompagnata dalle nostre risate che fecondano la terra e le stagioni.
Tu sai che il cuore riflette quadri d’universo e frammenti di mondo, il gioco della terra e i punti deboli del cielo, la sostanza del tuo volto e la doratura che annoda estate e autunno di profumi e d’ambra.
Ti aspetto la sera con l’ombra alla finestra che svanisce  e le candele in bilico tra i soffi. Così slego il giorno dai suoi impegni e con le mani allo scrittoio riporto le tue parole sulle labbra e buggero la malinconia con il bacio del ritorno .
                                     A.C

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DI UN ANNO

I confini di un anno sono  storia  e pentagramma di ogni memoria . C’è chi è vivo, chi è morto, chi è solo, sposato, ammalato, libero, abbandonato, ferito, premiato, padre, laureato, famoso, madre, pazzo, santo, omicida, impiegato, amato.
Note della vita e  loro scale.
Lacrime.
Intorpidita coscienza sui tempi del mondo.
Pace.
Infinitesimi spazi tra infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia.
Gli abbandonati.
A loro faccio i miei auguri, a chi non ricordo, a chi nemmeno esiste, a chi fugge, a chi trasuda paura, a chi non distingue più i giorni, a chi vive immoto,  a chi scioglie per sempre i sogni,  a chi vive oltre le stelle, a chi ha bruciato la speranza, a chi rigurgita l’odio, a chi è silente.
Cadono i giorni e la vita.
Pioggia che passa.

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