LE DONNE DEL SILENZIO

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Mia nonna aveva il cuore contadino di contro all’altra di nobile lignaggio, che nella sua eleganza non lasciò tracce, e mi passò nel sangue la bontà e la resistenza alla fatica che la felicità, ai tempi, non era attesa. Giuseppe, il futuro sposo, la tradì il giorno prima delle nozze con la sorella che in paese nessuno parlava e nessuno taceva. E sul pesante ferro per cuocere le neule,  i biscotti della casa,  che si regalava per quell’evento, si incisero le iniziali degli sposi e l’anno di quel triste matrimonio.
Partì lo sposo con la sposa per quelle americhe lontane, dove alcuni tornavano fortunati, altri non tornavano per niente ed altri ancora sparivano dalla storia. La nave dei migranti ci mise il suo tempo in quel mare che era grande e senza orizzonti, dove loro, gente di terra, non teneva lo stomaco né le budella a posto, che un pavimento che si muove non  dà gradevolezza né riposo.
Il marito faceva il sarto, era uno di quelli bravi, con l’abilità di mani e di ingegno e lo chiamavano i ricchi veri per ingentilire e sfoggiare certe stoffe più belle di quelle dei reali e  concepirono, in quel mentre anche due figlie, bionde come il padre, ma solo una prese gi occhi chiari. Mentre l’America fioriva e pullulava di ambizioni e di speranze, la nonna se ne tornò al paese a crescere le figlie che l’odore della terra e degli ulivi le  rinforzava e le abbelliva mentre il marito, rimasto al bel paese,  trascorreva il tempo tra il lavoro e la  lussuria, ma era concesso agli uomini ai quali si sa, va a finire tutto tra le gambe, un sorprendente luogo di piacere o di orrori  che ingoia chi passa da quelle parti, senza regole e senza pentimenti.
Appena le ragazzine, bionde e belle, e con ancora l’odore del paese addosso, furono adolescenti, tornarono dal padre che poco ricordavano e  che non fu mai davvero né padre né marito, ma diede loro il cognome e null’altro. Come misero   piede nel continente, dopo un’altra di quelle sfinenti traversate di mare e cielo, il padre se ne andò definitivamente lasciandole da sole con la madre,   senza che nessuna conoscesse la lingua da parlare né sapesse in che direzione andare nella città che già puzzava per il lavoro e la modernità.  La prima figlia si ammalò così grave da temere il peggio, diagnosi e fantasie tutte sbagliate, operazioni inutili e farmaci gravosi finché nel suo futuro avrebbe saputo  che aveva un doppio rene, una malformazione di nascita che la segnò nell’infelicità e non si seppe mai, se fu per questo, che il suo cervello non era sempre lucido né buono.
I contadini sono avvezzi alle avversità, al poco e a un Dio che sembra mai si sieda su quelle panche semplici. Mia nonna e l’altra figlia si fecero operaie nelle fabbriche dai nuovi macchinari e fumi scuri e quando fu possibile ripresero la nave e ritornarono al paese dove il nonno, suo padre, aveva possedimenti e braccianti, arricchitosi per operosità e fiuto fino. Le figlie, per buona volontà, le fece studiare, prima il diploma e poi l’università all’estero perché fossero nel mondo donne libere, non come lei, povera cosa abbandonata, donna delle fatiche e della generosità, donna che conosceva il potere della predizione e del mistero, facoltà innate con le quali nacque per destino ed eredità. Aveva un sorriso tenue, riversato nella malinconia e la logica stringente della vita dove c’era tanto da accettare e poco da chiedere. Le sue mani avevano girato tutte le fatiche, ma in cucina erano regine, creavano bontà, aromi e tali delizie che tutti volevano assaggiare.
Fin da bambina mi protesse, mi rincuorò e capì le cose che non poteva dire. Erano donne che tacevano da secoli, per rassegnazione, asservimento al maschio e per intelligenza.
Poi diventò angelo all’inizio appena dell’anzianità e se ne andò da tanti patimenti senza disturbare nessuno, in un attimo e via. Non indulse mai nelle lacrime e nelle lamentele che non c’era tempo e non era dignitoso. La gioia fu con lei parsimoniosa, un tocco che la ingentilì alla nascita di ogni nipote e nei profumi della primavera. Era nata in autunno, stagione della quale aveva i colori intensi e vigorosi e quando scendeva la neve lasciava impronte forti, piantata come un albero nella terra dura. Non feci in tempo a dirle quanto le volevo bene un’ultima volta perché improvvisò la morte velocemente e senza preavvisi,   come mio padre, e fu anche lei una presenza dell’oltre, il luogo da dove i cari tutelano i famigli, ma senza abbracci e baci. Mai si allontanò da me  lasciando le sue mani contadine nelle mie perché ne sentissi la forza e la pazienza, la gentilezza e la prodigalità e, soprattutto, il conforto e quel decoro mai ceduto in nessuna circostanza. Era una donna del silenzio,  antica e buona che impastò la vita con forza, senno, caparbietà  e amore.

(c) Alessandra Corsini – all rights

LA CASATA DEI RE

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I miei palchi pesano sei chili e svettano soli per naturale maestà.
In inverno, quando l’amore è compiuto  mi immergo nella foresta mentre l’autunno si fiacca e si alza il vento.
Le mie femmine gravide si ingrossano e  formano branchi con maschi  innocenti e so che i miei eredi un giorno saranno rivali quando i bramiti si sfideranno per forza e potenza e  la sconfitta stringerà patti severi.
Mi chiamano il cervo nobile. Il mio nome è Ahiga, colui che combatte.
La parte più grande di me non sono le corna e nemmeno i duecento chili della mia età adulta, la parte più grande di me è il cuore che sussulta e freme da quando sono cerbiatto. Da piccolo, le prime due settimane, sono rimasto acquattato nei cespugli aspettando il ritorno della mamma per prendere il latte, solo, tra le foglie, ascoltavo i passi e i silenzi, i calpestii sottili e i terrori del bosco con i timori del mite.  Lei appariva oltre gli alberi  ed io  sprofondavo nella sua tenerezza,  mi senbrava così  forte e poderosa mia madre, un essere divino che camminava con grazia.
Dopo due settimane mi sono unito al branco delle femmine, ma sono rimasto accanto alla mamma per un anno. Il cielo è abbondante e la foresta ci accoglie, ma con noi vivono i predatori e i cacciatori. Due specie diverse che colpiscono rapide, la prima ha bisogno di carne per vivere la seconda uccide per piacere pur essendo ben sazia.
In natura nessun animale  sazio continua ad uccidere. Ma loro non sono più della natura,  hanno cementato, violato, seviziato e inquinato ogni forma e ogni essere. Rapinano il mondo delle sue glorie e uccidono i monti e le stelle. Sono lo spavento dell’universo e di ogni galassia, ma anche loro sono di due specie. Una discende dagli dei corrotti e vive di brama e potere, l’altra fu un parto del sole e si veste di luce e di pace.
Noi erbivori siamo in un grado alto dell’evoluzione, non ammazziamo né dilaniamo le carni, non banchettiamo felici sulle vite strappate, ma calpestiamo placidi l’erba,  adoriamo le ghiande e i germogli, rispettiamo le regole delle stagioni e del branco. Tutto è in ordine.
Ho visto i fratelli morire, e il boato degli spari scuotere il bosco, ho corso per rimanere vivo e ho pianto sui prati  gli zoccoli riversi senza più sguardo. Non c’è appagamento né sazietà, il sangue colora le rocce e il cielo non ha mani per fermare la strage.
Uomini.
I bambini raccolgono l’erba,  da lontano mi chiamano e me la porgono, i piccoli  sono ancora nel centro della meraviglia, nati fratelli guardiamo il mondo con gli stessi occhi, ruzzoliamo e corriamo, possiamo aiutarci, una zampa e una mano per la nuova tessitura del mondo.
E’ il tempo dei colori intensi e caldi, delle foglie che  dipingono l’aria e infittiscono di bellezza e cadendo  sussurrano ai venti raccogliendo le voci degli antichi.
E’ il tempo che prepara il freddo, i silenzi e la neve.
Scenderemo giù a valle vicino alle case degli uomini.
Il nostro canto è il cuore che batte, celato e visibile per la sua vigoria, arcano di un Dio nascosto e trofeo dell’esistenza.
E’ il tempo di buttare le armi, tutte, di piantare nei solchi la fatica, gli alberi e l’amore, legati da un solo respiro che rigeneri il paradiso qui in terra, è il tempo di creare una nuova famiglia di uomini e animali che ognuno possa dare una mano all’altro, come la leonessa che un giorno amò e protesse il cerbiatto, una favola vera che ha folgorato la storia.
La chiameranno, nei secoli a venire, la casata dei re, perché l’amore è magnanimo e nobile.
E’ il tempo di adottarci tutti come fratelli, figli  padri e madri che mai più si muoia di abbandono, violenza e solitudine. E non importa quanto ci vorrà e in quale stagione nasceremo di nuovo, ma mi piace pensare che sarà all’uscita di un inverno, con la neve che scrive ancora la terra e i primi fiori indomiti e forti, allora noi, tutti i viventi ,saremo una sola famiglia.

(c) Alessandra Corsini – all rights

 

 

GLI OCCHI CHE VEDONO

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I cieli del nord sono più bianchi, una lastra di luce   sbiadita riversa sui prati.
La pianura trascorre il suo tempo senza inquietudini.
Si innalzano solo  le guglie delle chiese,  i mulini e i pensieri
Quel guizzo di diversità lo mettono i fiori che calano ovunque, dalle barche, nelle biciclette, sui lampioni, dalle finestre, tra le mani, tra i sogni nella grazia, tinti di bellezza colorano il mondo e profumano il tempo.
Il fraseggio del treno sulle rotaie copia le filastrocche e le nenie, sfuma il paesaggio  in una strisciata leggera e cammina veloce, va ancora più a nord.
Nel posto parallelo al mio, oltre il corridoio, siede una madonna gentile,   il viso dalle linee delicate  tra i capelli biondi raccolti,  il corpo bello, slanciato,  gli occhiali a specchio, il cane nero ai suoi piedi, un labrador diligente e mite, il bastone bianco appoggiato sull’altro sedile insieme alla pettorina del cane e a uno zainetto. Non vedente.
Davanti a lei un’amica, che le assomiglia nei tratti e nei colori, il sorriso affettuoso e il blu forte degli occhi.
Chiacchierano per tutto il viaggio, con poche pause e molte risate. Una partitura che mi tiene compagnia nel rollio regolare, una lingua difficile che sale e che scende, si ferma in gola, riprende  leggera e sorda, complessa, nitida e decisa, multiforme,  robusta.
Il resto del vagone è nel silenzio, una malia che sembra una maledizione,  un’oscurità della parola e dell’affetto.
Gli occhi di tutti puntati sullo schermo, accorpati in poche geometrie, un amplesso sciagurato senza  pelle né poesia, gli occhi che vedono si corrodono privi di pietà.
Gli occhi che vedono non vedono niente.
Una carcerazione regolamentata dai tasti e dai led, una subordinazione ai padroni potenti della tecnica, cavie immote di un esperimento mondiale. Una umanità di prigionieri.
Lei che non ha vista è rimasta libera. Ha una leggera dermatite sulle mani che le dà fastidio, ogni tanto si sfrega il dorso e accarezza il suo cane che alza la testa, il suo grande compagno per visitare la terra. Un amore, il loro, dei più infiniti.
Salgono e scendono persone ad ogni stazione, ma la scena non muta.
Solo un adolescente imberbe impegnato con un enorme milk shake e le patatine con la maionese sembra fare altro. Poi tira fuori anche lui dalla tasca posteriore dei bermuda un modello avanzato di cellulare sul quale si concentra.
Silenzio e bip, bip e silenzio, qualche telefonata in olandese, talvolta in inglese, regala voci e inflessioni.
Chiedo una informazione ad una signora anziana che ha problemi di udito e tutto finisce in un grande sorriso, tira fuori un libro, respiro, ma lo chiude subito e digita sui tasti del telefono.
Dall’altre parte del mondo la galassia riposa e vibra, angeli e alieni si incontrano e scherzano, le stelle poetano, i pianeti si allineano e disallineano, i buchi neri si riempiono di bagatelle e scoperte, i maghi trasfigurano il già conosciuto e la cabala li regola tutti.
La madonna bionda scende prima di me, sistema la pettorina al cane, si mette lo zainetto, prende il bastone e continua a chiacchierare con la sua amica.
Silenzio.

Il grande intenso rimane l’amore, l’unico che lasci tracce importanti e permanenti. Il solo che sfami la solitudine con le minuzie della semplicità, il capolavoro di un sorriso, una carezza, un abbraccio, uno sguardo,  un bacio.
Due sedili blu di stoffa usata e consunta rimangono a guardarsi, seconda classe, finestrino poco lavato, grigio per l’età e la polvere, la pausa di uno spazio rimasto vivo che  trabocca ancora  delle  loro risate.

(c) Alessandra Corsini – all rights

L’UOMO CHE GIRAVA

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Quando sei giovane ti sembra che non potrai mai né invecchiare né morire, illimitato come lo spazio stesso, assoluto e onnipotente,  un fuorilegge della libertà.
Rastrelliamo la vita, i baci e le rivoluzioni senza legge né moderazione, avventurieri di un’esistenza di palpiti, speranze e sogni. Ricercati dall’universo per il coraggio e la baldanza, assoldati dalle stelle per colorare il mondo, ingaggiati da ogni dove per superare l’orizzonte, guerrieri incolti, improvvidi amanti, generosi di certezze intessiamo l’esistenza di parole, impeti e profumi.
Belli.
Di visi lisci e muscoli pieni,  seni sodi, mani promiscue, turgore, fuoco e frenesia.
Affamati, guizzanti, smentiti dalla sostanza stessa del vivere, abili, ingenui,  indefiniti, irosi e intriganti.
Forniti di spropositi.
Eleganti per giovinezza.

Il giovane rasta e il soldato aspettavano lo stesso treno, un treno vecchio con le tendine blu svolazzanti  come fantasmi in un ballo inquieto e tormentato. Riposavano solo alle fermate della stazioni per poi riprendere frenetiche la danza folle e travagliata.
Presero il treno insieme, un treno che andava a sud, passando tra monti, mare e giovinezza. E fu veloce quel treno con le tendine blu scompigliate, andava così di corsa che si ritrovarono già vecchi, tra rughe, malinconie e dimenticanze, e ancora c’erano il sole, il mare e le montagne.
Il rasta aveva i capelli corti bianchi, due figli, una vedovanza, qualche amante e il cielo che si abbassava sempre di più per levità ed ironia.
Il soldato era impiegato nell’amministrazione dell’esercito,   i sogni  dileguati come uno sciame migrante senza patria. Sua moglie  ogni sera ripeteva i gesti della consuetudine e dell’attesa. La figlia lavorava lontano. Avevano avuto tre cani e un gatto.
A porte chiuse la vita veniva consumata tra rancori, gravosità e rammarichi.
Quando sei giovane pensi che a te non capiterà mai, rimarrai un eroe indomito e disinvolto, un intoccabile dalla sorte, al si sopra del destino, un puro senza corruzione, ma il signore del tempo mangia il corpo,   le speranze , i sogni,  l‘ingenuità, le magnificenze e la grazia.
Sul treno c’era un ragazzo magro, piccolino, che scriveva poesie e parlava con gli animali e il vento, non veniva mai  notato perché si riparava nel silenzio tra le tendine svolazzanti e il rollio delle rotaie. Era un errante che udiva gli spiriti e il bisbiglio dell’alba. Anche lui incanutì, ma non cedette.
Non aveva nulla da perdere perché fin dall’infanzia era rimasto privo.  Aveva imparato l’assenza, la povertà, la paura, la malinconia, aveva conosciuto le tragedie del dolore, la rabbia, le iniquità, i tradimenti, le piaghe della mente e la fragilità del corpo. Crocifisso all’ignoranza e alla violenza, aveva più cicatrici che pelle, e sempre fresca era la speranza. Conosceva il giro dei sufi, la danza di Dio, una dissolvenza nell’infinito, la posa della bellezza, e volteggiava tra i fiori nuovi a primavera, i fiumi, le valli, il canto serale dell’usignolo, la nascita degli amori, il grano nuovo, l’arcobaleno, gli incanti,    roteava tra i monti e gli occhi dei bambini, gli uccelli in volo e i boccioli di rosa.
Tutte le anime libere  si salutano danzando.
Qualcuno lo chiamava: l’uomo che girava.
Quel vento che gira in tondo arriva la sera nelle case, clandestino e irriverente,  pulisce i pensieri, carezza le lacrime, culla le paure, lenisce i dolori, soffia amore, accudisce la solitudine e lascia che tutto cambi così come è scritto.
Il vecchio treno con le tendine svolazzanti correva ancora sempre più traballante e rumoroso.
Passarono le stagioni e di lui non rimase corpo, come del ragazzo rasta e del soldato, ma restò quel vento lieve della sera che girava in tondo soffuso di dolcezza e pazienza, attraversava le stanze e i cuori, girando fino alla nuvole e all’ultimo sorriso. Tutto passò e divenne quiete.
Lo chiamavano l’uomo che girava.

(c) Alessandra Corsini – all rights

 

HO VISSUTO COME UNA FOGLIA

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<<Ho vissuto come una foglia>>.  Arthit era sottile  come un giunco d’acqua, serpeggiante di vene e muscoli, privo di età,  conosceva mille arti e mille silenzi, figlio di nessuno  e del suo  destino, aveva varcato i confini dell’anima fino ad arrivare sull’orlo delle stelle, da lì aveva guardato il mondo.
Vestiva pantaloni di tela larghi chiari e una casacca nella quale passava il vento. A volte usava i sandali, a volte andava scalzo lasciando orme dal profumo selvatico.
L’ho incontrato mentre passeggiavo lungo il fiume dove lui sedeva sotto una palma  osservando una  una piccola e snella cicogna nera dal becco rosso con una zona di pelle glabra arancione sulla faccia.  Un uccello prezioso e solitario, impenetrabile e bello.
Non mi chiese di sedermi lì vicino, ma mi sedetti accanto a lui.
Non mi chiese di ascoltarlo, ma lo ascoltai.
Non parlava per me, non parlava per nessuno, evocava  una memoria che era diventata pace.
<<Ho vissuto come una foglia,  innervata nella perfezione, prospera alla luce, lieve, sola e molteplice,  mobile nel vento>>.
Era tardo pomeriggio quando le ombre allungandosi assottigliano le forme ricreando dei e numi. Un mondo di esseri slanciati e diluiti che attraversano il tempo.
<<Seccavo e cadevo, più volte di quanto ricordi, più volte, pensavo allora, di quanto un uomo possa sopportare, in realtà attraversavo le leggi dell’universo e in quel  distacco ero libero>>.
Sul confine delle risaie l’albero d’oro era fiorito con i suoi fiori rossi.
Lo stupa di sabbia godeva della sua impalpabile forza.
Il vento fermava i pensieri prima della foresta.
<<Quando era il tempo la vita mi faceva nascere rapidamente, una forza che nessuno conosce, mi pressava perché uscissi dal ramo.  Quando rialzavo la testa il mondo era diverso. Io ero diverso. Le mie nervature erano cambiate>>.
Una mamma ci passò davanti con  il suo bambino addormentato nella fascia. Una piccola veloce madonna che si affrettava prima della notte.
La tigre era quieta aveva cacciato bene.
<<Il verde nuovo copriva l’albero, noi eravamo un colore che viveva di sole, un insieme che non permetteva di distinguerci eppure ogni foglia era rara . Vivevo la compiutezza, un piacere e una soddisfazione che si dissolvevano nel conto delle stagioni,  vivevo e morivo con la rapidità di una lacrima>>.
I pescatori, un tempo schiavi, tornavano in famiglia, gente d’acqua e di terra, umile e sorridente.
Il sole era bianco appiccicato ad un cielo rosso e scomparve.
<<Non so se una foglia scelga di nascere foglia, ma quello era stato il mio destino, vincolato, innestato sul ramo, figlio dell’albero e delle sue radici. Anno dopo anno ero alla mercé del tempo in una sequenza magica e brutale senza spiegazioni. Poi un giorno fui felice di essere una foglia, una caducità senza grandezze, una piccolezza tenue,  artigiana della luce, tremula alla correnti, impercettibile presenza . Guardai dalla chioma gli esseri radicati e quelli mobili e amai la montagna che aveva scelto la pietra per essere bella.>>.
I gibboni oscillavano tra i rami, il tamarindo aveva sentito tutto senza distrazioni e versò una lacrima sulla nudità della terra pietosa e solida.
Quando  mi girai Arthit non c’era più,  una  piccola foglia gialla striata di scuro  si lasciò trasportare dalla brezza della sera lasciando che il fiume lavasse i pensieri.
Il silenzio pazientò fino all’ultima parola perché la vita di un uomo si infittisce di tragedie e la via della pace di semplicità.

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LA VITA FRACASSATA

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<<Mi si è fracassata la vita !>> Un uomo di media corporatura, calvo e di struttura robusta, urlava nella piazza disperato  portandosi le mani alla testa e ripetendo sconfortato:<<Mi si è fracassata la vita!>>. Il calore vibrava con la voce rimbalzando tra i vicoli.
Accorsero alla spicciolata i passanti delle tre del pomeriggio ansiosi,  preoccupati e un po’ intimoriti per quelle grida con poco senso, ma poi la videro: la vita giaceva sdraiata sui sanpietrini, immota, grande e maestosa, i capelli lunghi sparpagliati come raggi di un sole sfiancato, le membra disarticolate  posate a caso vicino al corpo con il suo vestito chiaro, lungo fino ai piedi e nessuno sapeva se respirasse.
Pian piano si formò un capannello di visi e voci ad osservare quella questione strana e complicata e ognuno a quella vista prese per mano la sua di vita stringendola forte a sé che non aveva mai pensato si potesse ridurre in pezzi.
<<Ma come è successo?>> Un uomo alto, magro e brizzolato, svettò sopra la folla.
<<Non lo so. Stavo correndo ad un impegno di lavoro e la vita mi è caduta all’improvviso ai piedi fracassata>>. La camicia bagnata di sudore continuava a portarsi le mani sulla testa nuda affranto.
<<Forse era stanca>>, disse una donna prosperosa, un tempo mora, ora ingrigita, che ne aveva viste tante di vite passare.
<<Già, forse era stanca>>, annuì un bambino biondo, secco come un virgulto nuovo.
<<Non è che l’hai tirata per i capelli?>> Un anziano ben vestito sembrava più riflettere a voce alta che porre una vera domanda.
L’uomo disperato si inginocchiò accanto alla sua vita caduta guardandola per la prima volta con profondo affetto, era così bella, sembrava una fanciulla d’altri tempi, purissima nei lineamenti, delicata e perfetta, inerme alla rudezza,  tenue come la luce delle stelle.
<<Ti prego alzati>>. L’uomo le accarezzava il viso. La folla cresceva per la curiosità del nuovo, della stranezza e per indolenza ed era diventata tanto vasta che quelli in fondo non vedevano niente né sapevano cosa stesse accadendo, ma rimanevano lì a confidarsi tra loro e a parlare di qualcosa  finché   il passa parola di bocca in bocca portò la notizia fino agli ultimi:<< C’è a terra la vita fracassata di un tale>>.
<<Aaaaah!>> Alcuni scossero la testa, altri si commossero, qualcuno fu duro e impietoso, altri ancora non sapevano cosa dire, restavano perplessi per la singolarità dell’evento.
Gli occhi dei bambini guardavano.
Dice la storia che a sera l’uomo si ritrovò di nuovo solo con la sua vita a terra implorandola e pregando tutti quelli che conosceva, santi, virtuosi e gente buona, perché lei ora gli era cara. In un attimo di intensità pregò persino Dio chiedendogli la grazia di una resurrezione, ma il grande silenzioso poco si concede alle parole umane e la notte li coprì entrambi.
Il miracolo avvenne alle tre quando anche lui si era assopito sdraiato accanto a lei.
Lei si alzò alta e benefica, si sparse su di lui e innaffiò le piante nei balconi  arse dal caldo estivo con le lacrime dell’uomo.
Lo prese lei per mano per ristorarlo un po’ e gli disse che i bambini lo aspettavano a casa che domani avrebbe fatto caldo che il suo migliore amico lo cercava e sua moglie si era intristita che bisognava portare fuori il cane e riparare il terrazzo  che quel lavoro senza senso di virtuose vendite non andava bene perché a togliere ore alla vita lei si fracassa che il suo vicino gli aveva chiesto una cortesia e aveva la partita di calcetto con gli amici che passa l’aria l’acqua e pure il cuore ma i battiti d’amore non se ne vanno mai. Semplici cose di regale grandezza ci portiamo in collo tutto il giorno. Gli diede una pulita, lo baciò e lo lascò libero di essere felice.

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I FANTASMI DEI SASSI

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Vivevano nelle buche, nelle grotte, nei luoghi scuri, non innalzandosi, ma scavando, per una antico sapere e per necessità,   quella roccia difforme, malleabile e dura,  nobile al sole, ingrigita dal tempo. la calcarenite che conservava nella sua pancia il mare che ritirandosi lasciò  storie di  conchiglie, animali, piante, esseri sconosciuti,  non più vivi, ma perfetti.
Loro vivevano in quelle buche senza aria, né luce, con l’animale accanto, chi era fortunato, sei, sette, otto, undici bambini, che tanti ne nascevano e la metà ne moriva, moglie e fratelli, sorelle, liquami che scendevano senza ritegno ed escrementi delle bestie che potevano servire a qualche impiego, e chi rimaneva vivo nel buio e nella polvere, tra la vicinanza di tutti e quella sottomissione al fato che li lasciava senza sorrisi, faceva il bracciante, spoglio e nodoso per la fatica. Le donne custodivano quella miseria e quei figli che morivano così presto, soffusi di febbre, sporcizia e malattie, con le mosche incollate agli occhi, nudi tra le croste, ingenui e sacrificali  pegni tra le mani  del destino.
Pure la povertà li abbandonò che aveva un suo decoro, ma loro non erano neanche poveri, erano derelitti e li lasciò a se stessi.  E Dio, il grande silenzioso, chissà se aveva il coraggio di abitare lì con loro sporcandosi in quella consunzione, addossato e umido nel sonno, lacero,  orrifico e infermo.
Sapevano stare vicini in una promiscuità che era aiuto, sostegno e abuso, ma tutti conoscevano degli altri e il mondo era un calvario senza resurrezione, inchiavardati a quella pietra.
Nella valle scorreva il fiume che l’acqua sempre si fa gli affari suoi.
Non mancavano nei boschi, in quelle grotte,  le chiese di  monaci erranti  senza lustri né ambizioni che facevano preghiera e lavoro come gli alberi e i fiori. Gente d’altri tempi.
Poi venne la politica e un po’ di compassione, li tolsero da lì con promesse di indennizzo e case e loro che nulla sapevano se non la pena si misero in fila per andarsene, ma, dice il vento di Matera, pochi ebbero asilo, nessuno i soldi, dietro i grandi titoli dei giornali e le parole vaste, e così non ebbero più nemmeno le buche né la terra da lavorare né il ritrovo con i vicini. Divennero emigranti o più semplicemente scomparvero, incorporei e irreperibili, come si addice ai poveri che divengono titoli di convenienza senza amici né nomi. Poi venne un libro e fu una cosa buona, gli intellettuali, il cinema, che  mistifica e rappresenta, con le sue vere e finte pietà, che quelli erano buoni posti per girare la sofferenza, con i disabili veri per la strade e sembrava tutto conforme al vero. Bisognava pure ospitarle quelle genti, il cast con  le maestranze, gli amici e conoscenti, migliaia di persone. Servivano alloggi, case, cibo e i soldi compiono miracoli.

Sul Belvedere di Murgia Timone è rimasta  la crocifissione.

Ora la pietra è risorta, è diventata titolata, ristoranti, alberghi, abitazioni di gran classe proprio in quei buchi dove sorgono le residenze   che fanno atmosfera, senza finestre e con poca luce, roba per ricchi, cifre che loro non sapevano nemmeno scrivere e tanto meno immaginare. Ma la pietra ha buona memoria,  rimane pregna, non bastano gli anni, né la buona volontà e per quanti strati di vernice e ristrutturazioni tutte le voci e i tormenti di uomini e animali gli sono rimaste attaccate addosso e più che i lamenti e la disperazione, si sentono ancora i silenzi, un assoluto della pazienza,  della sottomissione e dello strazio.
Forse un riscatto. La storia procede per singulti e contraddizioni, qualcuno si eleva, qualcuno cade, molti sono i dimenticati
Li chiamano i Sassi di Matera.
Ma che gli racconto a quelle altre migliaia di esseri tapini e insudiciati da tutti gli strati del destino, avi e fantasmi, loro non sono mai risorti, non conoscono gloria né riscatto né giustizia, vivi nelle foto, scomparsi nel trogolo dell’agonia, gli occhi scuri e il cielo fatto di sassi, una vita di pietra e buio,     nessun erede ne è onorato, nessuna epica li fa eroi,  io non li ho mai abbracciati.

(c) Alessandra Corsini – all rights

UN GIORNO DIVENTERO’ AQUILONE

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Sfilano come un’onda del mare ineluttabile e tranquilla con i  pettorali ben in vista, le magliette colorate, i palloncini gialli e rosa, qualche porta fortuna ereditato dall’infanzia, gli integratori, l’acqua, la giacca a vento, le bandane, le fasce al braccio, l’orologio conta tutto  e tanta buona volontà nella mattina grigia di pioggia tra gli alberi rosa di primavera. Loro sono i maratoneti, il popolo che corre.
Pantaloni lunghi e corti, aderenti, sexi, fascianti, luminosi e perfetti, semplici,  come quelli di una volta,  cappellini, occhiali,  scalda muscoli, scarpe tecno che non sgommano e assorbono tutto, gli urti, i rimbalzi, le preoccupazioni, la fatica e ammortizzano la vita.
I muscoli si aggrappano e si girano in una kermesse senza precedenti, si contraggono e distendono, stretti l’uno con l’altro e tutti insieme agiscono in una massa di bellezza e grazia.
Tante età, paesi, diversità, acciacchi e desideri, uniti, perché la passione è un girotondo che mette dentro i  diecimila prossimi e vicini nella città bagnata di statue, arte e occhi delle madonnelle nascoste nelle edicole  che ogni tanto rilasciano un prodigio e che tanti uomini hanno visto correre di qua e di là con i motivi più singolari.
Si crea un venticello leggero con quel movimento che sembra un refolo di buon augurio, un lungo sospiro che attraversa tutti e lascia dietro le apprensioni e la memoria. Concentrati sul traguardo e la tenuta fisica, una contesa con se stessi e la misura della gloria. Ma c’è anche chi corre per soddisfazione, per quel giro di gambe e piedi negli istanti del volo ed il piacere di farlo insieme come se fosse la favola di un mondo buono.
Dentro ogni passo c’è una storia, una leggenda della quale ogni uomo è eroe per ogni giorno di quotidiano impegno,   lavoro ed incertezza.
Agnese bionda e alta  viene dal freddo e studia a Roma, dal bel sorriso non conosce nessuno e corre per stare in compagnia, guardare i glutei sodi,  libera in primavera e sorseggiare quell’aria pregna di pioggia e di sudore, decisa a farli tutti quei quarantadue chilometri in un tempo breve da ricordare.
Giuseppe ha la falcata naturale, segue il vento, una poesia che sembra una gazzella senza freni, né sussulti e oggi nessun pensiero per il lavoro perso e i lutti di famiglia in quel sole pallido che pure illumina il mondo.
Maria  vuole lasciare tutto, un marito indegno, un lavoro precario, i figli no, vuole portarli con sé, ma intanto corre perché la sfida è un gioco forte, un diletto ambiguo dell’universo intero e che mai sai quale fosse la vittoria buona..
Andrea riflette sulla strategia  e non sa se farsi prete o continuare a fare il cuoco ed ogni giorno sbatte tra i due poli e quando va a dormire è solo stanco.
Lino scrive al volo qualche autografo e si allunga nei sorrisi che lui ha già vinto nella vita, gli sembra di non poter mancare nulla per capacità e supponenza così quella vetrina che li fa tutti uguali e semplici è un gioco delle parti per essere notato.
Pensionati, studenti, manager, lavoratori, disoccupati, famosi e non che si beano dell’avventura che non è fuga né lotta, ma solo un altro giro di celebrazione.
I mendici bagnati, disturbati e tolti dai loro siti abituali perché passano uomini affannati rimangono lì assenti e senza patrimoni e neanche vogliono più dell’altro, ma solo vivere quel giorno in santa pace tra i gabbiani striduli e gli impegni altrui che, a volte, la vita è una rassegnazione, una sottomissione alla fatica e alle azioni inette.
Di volo in volo arrivano tutti fino al più anziano, Luigi, solo e pensionato, che sudato e sorridente solleva viso e rughe e corre da quando era bambino  sui prati con gli amici, in una storia semplice di poche cose e di fatica dove i soldi non bastavano mai e sembrava che nascevi solo per lavorare. Ma quando correva si sentiva un re che governava tutta la vita e l’universo intero perché nulla è più forte dell’esistenza stessa. Ed ora era arrivato alla buona alla vecchiaia,  una trappola che indebolisce il corpo, ma non il cuore che rulla, trascorre e ama fino all’ultima corsa quando   diventerà aquilone.

(c) Alessandra Corsini – all rights

A POCHI METRI DALL’AMORE

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Mentre gli uccellini rimpinguavano l’alba con il loro canto Sara dormiva ancora e quando si svegliò a fatica loro erano operosi e vivaci già tutti presi dalle  faccende tra  piccoli,  cibo e consonanze. Qualcuno era solo un uovo.
Fece colazione  tra le voci litigiose dei vicini.  i bidoni della spazzatura trascinati in cortile e i richiami sconnessi del cellulare. mentre loro volavano sparsi e veloci cinguettando a tutta voce.
Mise su una lavatrice,  i nidi venivano aggiustati e i piccoli nascevano.
A volte scappavano velocemente al riparo per sottrarsi ai predatori,  cornacchie e gabbiani, e non erano bei momenti, ma poi cantavano di nuovo.
Il traffico inondò la città e sulla metro le persone si ingolfavano tra gomiti, pacchi, valigie, piedi, furfantelli, male parole e  sudore.
In ufficio Sara perse il tempo del respiro contraendosi tra carte, telefonate, chiacchiere e appuntamenti.
Il sole si gloriava della sua luce appena appoggiato sulle fasce dell’universo.
I tanti passeri, fringuelli, pettirossi, merli, rondini e rondoni, tortore, piccioni, storni, cardellini, capinere, lo scricciolo con i suoi dieci grammi di bellezza,  ritoccavano il mondo con geometrie e trilli, un’ode che alleggeriva l’aria rifinendone i contorni.
La marea di fumi,  rumore e inquietudine  cresceva oltre le possibilità della contentezza simulando un riflesso di vita sui marciapiedi amorfi.
Le uova di storno sono azzurre, quelle di cuculo verdi, screziate di azzurro quelle del merlo, chiare puntinate, marrone rossiccio quelle del passero e ancora innumerevoli  pennellate, segni e ritocchi che ingentiliscono la nascita.
A terra di pesantezza in frenesia si era arrivati alla pausa pranzo.
File, piatti di plastica, bocche ingollate di cibo e parole senza arcobaleno.
Un bagnetto di polvere o acqua per rinfrescarsi e proteggere le penne. Briciole cadute e briciole lanciate, due saltelli sulla piazza e poi via nell’alto.
I becchi aperti dei piccoli scandivano il tempo e vola vola il cielo non era mai solo.
Sara aggiustava con vaghe scuse al telefono le incertezze della sua vita privata, salutando qualche ex nei corridoi in una mappatura difficile sprovvista di  felicità, ma con qualche giornata in compagnia, una misura di illusioni e vecchi sogni che terminavano nell’esilio della solitudine.   Giù a terra molti  si agitano per un incontro e un bacio utopico e fallace.
La maggior parte dei volatili è fedele e libera, una saggezza data dall’intimità con il cielo.
Il tramonto rendeva  bella la città spargendo colori e pace,  al di sopra di tutto e oltre ogni cosa, il sole prolungava se stesso  anche oltre la verità.
Le strade capitolarono di nuovo sotto il traffico in una sordità dove non era possibile  ascoltare, riposare e neanche pensare.
A quell’ora il prestigio del volo si intensificò e gli storni a decine suscitavano miracolose forme di sola bellezza, più veloci dello sguardo e della comprensione e molti protestavano per gli escrementi caduti pensando a soluzioni per eliminare i volatili.
Sara sulla via del ritorno fece un po’ di spesa, improvvisò una cena con un’amica, alzò il naso,  guardò il movimento delle ali e subì l’incanto di quel vortice mutevole.
Al crepuscolo  tutto era compiuto.
Riquadri di luce le finestre, via vai affrettato da ogni dove, brani di insoddisfazioni dentro gli appartamenti, qualche abbraccio vero e a porte chiuse tanti si sentivano soli.
I nidi erano colmi, i piccoli dormivano, bastava la luna e il suo silenzio.
Due vite a poca distanza,  a pochi metri, una di terra e l’altra di cielo, tra la materia e il vento,  una soglia tra mondi che segna i gradi dell’amore.

(c) Alessandra Corsini – all rights

IL BAMBINO CHE FORSE ERA UN CANE

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Un bambino si era perso in una grande città. E si sa le grandi città sono fatte per perdersi. Strade che vanno da tutte le parti, palazzi e palazzoni, macchine macchine macchine, rumore, fumi,  cartelloni,  sirene, cantieri, grida, punti di vista.
Più su,  in alto, c’era anche il cielo.
Era un bambino di circa otto anni, magro, occhi scuri, capelli neri, jeans, scarpe da ginnastica e un giaccone blu. L’avevano chiamato Marco come il nonno ed era nato in primavera.
Le persone andavano così di corsa che non faceva in tempo neanche a riconoscere i visi, una scia dietro l’altra e, in quella fretta,   si assomigliavano tutti, impastati con gli stessi gesti, l’occhio a cono sul cellulare, le dita digitanti, il piglio concentrato, slalom,  semaforo, stop, attraversamento, piedi e giorno dopo giorno invecchiavano senza accorgersene percorrendo le stesse geometrie con la medesima fretta. Un circuito chiuso che non prevedeva viaggi spaziali, incontri con gli dei, curiosare tra i cieli, piantare alberi, telefonare a Dio e avere un amico marziano.
In quel ginepraio c’erano anche i portatori di sorrisi, pochi, rari esseri umani che si guardavano intorno e quando incrociavano gli occhi di  qualcuno sorridevano e questo scompigliava un po’ l’assetto generale. C’era chi rispondeva al sorriso e chi diffidava di quel genere di attività non classificabile.
Marco rimirava gli adorni dei palazzi antichi, i fiori caparbi che spuntavano tra i sassi, gli alberi che riuscivano ad essere grandi in aiuole piccole e gli uccelli solitari o in stormi che disegnavano il cielo. Camminava a passi piccoli con molte soste, una nota lenta in quella partitura sincopata e instabile, assomigliava  alle piccole gocce tranquille che cadono qua e là dopo un acquazzone.
<<Bambino ti sei perso?>>  Una donna  ben vestita con gli occhi verdi gli si era avvicinata.
<<No grazie signora>>. Aveva molte cose da fare prima di essere ritrovato.
<<Dove sono i tuoi genitori?>>
Individuò una coppia giovane che veniva verso di lui e con un gran sorriso e  disse: <<Eccoli!>>, e gli andò incontrò. La donna osservò un attimo la scena ed andò via. Aveva eseguito il suo primo gioco di prestigio creando una attraente realtà illusoria. Pare che questo sia il gioco del mondo.
Quando era piccolo pensava che la vita fosse composta di montagne, animali, cielo, alberi, fiori e bene. E anche Bobby, il suo cane, la pensava così e, visto, che era l’unico che aveva le sue stesse idee, passava quasi tutto il suo tempo con lui e per un certo tempo pensò di essere un cane, ma siccome tutti continuarono a ripetergli che era un bambino si conformò a questa idea adattandola: era un bambino che si comportava da cane. Infatti odorava la terra bagnata,  il pane, le persone, i profumi  che divenivano  memoria e che gli tenevano compagnia e il vento che non lo perdeva mai di vista e gli  raccontava storie.

Pioggia dopo pioggia e sole dopo sole diventò grande e poi vecchio e non percorse mai la stessa strada né fece le medesime azioni. E non trovò nessun altro che la pensasse come Bobby per cui rimase un po’ straniero e un po’ viandante, contento dei suoi silenzi e della sua lentezza, era più foglia che uomo, lasciava che le stagioni lo facessero brillare e poi seccare e poi nascere ancora.
E la vita non era andata come l’avevano immaginata lui e Bobby, era stata così imprecisa e difettosa scossa da pene, squarci,  malinconia e molto altro. Ma le montagne, gli animali, il cielo, gli alberi, i fiori e il bene esistevano davvero, uno sboccio alla tragedia, e  si arrangiò verso la morte come per una passeggiata sui monti, scarpe comode, sorriso, il pranzo al sacco e gli abiti più caldi.

(c) Alessandra Corsini – all rights