IL FIGLIO DEL VENTO

Il vecchio viveva in un villaggio impastato di sabbia,  salsedine e struggimenti. Indossava abiti  opachi  di  cotone spesso,  un turbante scuro, sandali consumati,  la magrezza degli asceti e  lo sguardo che arrivava ben oltre l’orizzonte.
<<Salem come va?>>
<<Tutto bene Daniel.>>.  Il giovane lo salutò e si incamminò veloce al mercato con il suo carretto.
I ragazzi erano gentili con lui, gli chiedevano di raccontare storie che tra leggende e verità  appassionavano il cuore o semplicemente gli si sedevano vicino per guardare dove lui guardava. Salem suscitava  una reverenza naturale  in chi lo avvicinava, come un grande albero di carrubo che attiri a sé le persone per i frutti,   l’ombra e  la maestosità.
Nessuno conosceva la sua storia,  una volta era stato un bambino.
Non poteva impedire alle rughe di moltiplicarsi, alle ossa di indebolirsi, alla pelle di sfrangersi, ai muscoli di cedere,  agli occhi di sfumare le forme, né poteva impedire all’anima di ringiovanire. Due direzioni che parevano contrarie che quasi lo strappavano quando si alzava al mattino presto, il corpo pesante e l’anima frizzante piena di palpiti, idee e vastità,  ma visto che non era ancora l’ora di lasciare la terra coltivava l’eternità nei  sogni.
Il più piccolo che arrivava sgambettando a tutte le ore era Amir, tre anni di bellezza e occhi scuri che gli si piantavano di fronte per iniziare un dialogo tra forti lottatori.
<<Andiamo a vedere le gazzelle>>.
<<No Amir, sto andando a vedere il mare>>.
<<Gazzelle.>>. <<Mare,>>. <<Gazzelle.>>. <<Mare.>> <<Gazzelle.>>. <<Mare.>>.
Si facevano una gran risata e prendendosi per mano andavano a vedere le gazzelle che non c’erano e il mare poco distante.
<<Non c’erano gazzelle>>. Amir lo disse con blando rammarico.
<<No Amir, non c’erano, ma c’era il mare>>. Salem sorrideva come la luna, di un quarto e appena crescente.
Tornavano camminando vicini con i vestiti che sgocciolavano acqua e sale.
Quando la polvere diventava oro sui getti del tramonto   andavano da Salem per ascoltare la storia della sera. Grandi e piccoli si riunivano davanti alla  piccola casa in terra cruda. Si mormorava che una volta Salem fosse un Tuaregh, appartenente ai Kel Tamahaq.  I figli del vento. A volte accompagnava le storie con il liuto e scriveva nella sabbia in Tifinagh con caratteri che derivano dal metodo della scrittura geroglifica egiziana. Segni misteriosi dove ogni lettera era oscura e magnifica, parlava per suo conto e catturava gli sguardi. Salem conosceva segreti del fuoco e dell’aria, dell’acqua e della terra e, soprattutto, del cielo.
Quella sera il crepuscolo si allungò più del solito, le forme si affievolivano e gli occhi delle persone  attorno a Salem brillavano come stelle.
<<C’era una volta un grande guerriero, di nome Fadi, coraggioso e colmo di conoscenza per desiderio del cielo, ma era giovane e privo di sapienza, irruento e superbo. In battaglia però  si distingueva  perché uccideva solo per difendersi e quando poteva risparmiava la vita dell’avversario così che tanti che erano stati  suoi  nemici lo onoravano per la  generosità>>. Salem tacque  un istante per ascoltare la luna e perché la memoria orna l’anima.
<<Ma un giorno, poiché tutto inizia e tutto finisce secondo la legge di Dio, cominciò un altro destino e Salem fu preso prigioniero da una potente tribù nemica divenendo  schiavo. Di lui non si seppe più niente e a lungo lo piansero come morto  la sua famiglia e i suoi amici>>.
<<Non mi piace questa storia>>, Amir era imbronciato.
<<Aspetta Amir, Fadi dopo tanti anni di schiavitù, rabbia e  sofferenza  riuscì a scappare.  Aveva pianto molte lacrime. Visse per qualche anno da nomade, come la sua gente, passando di villaggio in villaggio, aiutando in qualche lavoro e raccontando storie, perché così gli comandava il suo cuore. >>.
<<E poi?>> Amir non sembrava ancora convinto.
<<Poi arrivò in un villaggio dove il cielo si posava sulle case e l’orizzonte si allungava di un metro al giorno.  In quel villaggio c’era un bambino che amava le gazzelle>>.
<<Sono io!>>, Amir saltò in piedi felice come un fiore appena sbocciato.
Il figlio del vento chiese il permesso alla sorte di riposare e gli fu accordato.
<<Si fermò perché quel bambino divenne suo amico e non c’era altro da compiere se non onorare l’amicizia  che è la grazia che Dio concede per comprendere la verità del mondo>>.

Svanirono gli uomini e i pensieri.
Il sonno, per indulgenza, venne ad alleviare i viventi.
Amir sognava le sue gazzelle e Fadi invecchiò di un altro giorno per avvicinarsi alla morte il largo ponte che lo portava nell’infinito.
L’albero di acacia strappava la vita al deserto, gli uccelli notturni gorgheggiavano, i silenzi presero possesso del villaggio e molti fecero esperienza della pace, un lembo di niente e di tutto, il passo vuoto delle nuvole, il luogo dove non serve più nulla.

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I PIU’

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I più sono quelli andati, quelli oltre  che fin da piccolo ti dicono che sono in cielo e allora tu alzi lo sguardo e non vedi niente, ma non puoi contestare una affermazione così certa e allora guardi meglio e vedi un lembo di vestito, forse. Ma non ricordi bene cosa indossassero.
I più sono  quelli con cui scambiavi i panorami, i profumi, i baci, i passi e quelle piccole ore di ogni giorno che crescono la vita. Non si sa come siano diventati i più, erano tanti, vivaci e squinternati, immaginifici e odorosi di erbe, sognatori e un po’ rivoluzionari, destinati,  illimitatamente umani.
Quando la terra non ti arpiona le vedi quelle orme leggere, quasi di bambino, perché non hanno gravità, ma alla seconda occhiata le hai già perse.
Sembra bella tutta questa folla intorno eterea e senza resistenze, un effluvio di acqua e cielo, e consistenze lievi, ma manca il peso, perché baci, abbracci e carezze poggiano sul corpo,  sull’anima, sull’esistenza, quella celestiale, e gli lasciano strati di impronte e di  profumi,  scrivono ideogrammi su ogni pelle, aspirano all’inusitato, talvolta alla perfezione.
E te ne vai in giro con tutti loro, sentendoti un alieno, non di terra, non di cielo, in mezzo, come un idiota che abbia perso il posto di qua e di là.
Sprovvisto di una vera identità ti accontenti di qualche idea del mondo e ti raccogli con i più come un solitario senza patria, ascoltando racconti e vicende dell’oltre e li vedi pure tutti quei mondi che cambiano di forma e di colore, vertigini di spazio, pitture cangianti, in sovrappiù  la musica che volteggia in folate e vortici, di stelle lo spartito e balzane le note che ad ogni suono danno fattezze incorporee e forti.
I più ti vegliano per  un accordo inconoscibile e sei costretto ad essere contento di tutta questa cura.
Nebbia.
Il ponte di passaggio, a volte ne puoi percorrere l’inizio, togliendo confini e convinzioni, cedendo pure la memoria. A che ti serve nell’oltre? Una spoliazione e un’offerta che ti libera dalla fatica.
Incontri un corteo che sembra un esodo, ma sono solo pellegrini dei cieli, ma quelli che preferisco sono i seduti, tessitori che filano per aggiustare  gli scavi dei cuori che sembra un’arte senza soddisfazione che appena ne riparano uno nascono altri varchi e fori e forre dilatate.
Infaticabili.
Perché non esiste più lo sforzo né l’impresa, solo quell’alacrità con la quale il sole nasce e tramonta ovunque senza risparmiare né potenza né bellezza.
I più erano fato e scioglimento, le persone della tua leggenda che tu solo conosci da ogni secolo.
Non puoi ancora andare di là, ma hai perso le sembianze dei di qua, e la carne si strappa senza che nessuno veda la realtà delle cose.
Impopolare. La coscienza.
La più perseguitata, sempre imputata, scacciata, temuta, persino odiata.

Così ti accomodi con i più sguarniti di paura con cui intrattieni chiacchiere e confidenze e li implori che ti tengano con loro perché l’anima si libra bene e capisce tutte le parole.
Ma essi svaniscono e torni alla sospensione, né leggera né pesante, il ponte con l’oltre dove vivono anime di passaggio, canti di uccelli, sogni e  poesia.

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LA VITA SBRIGATA

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Sbrigati.
Il gran verbo della terra. Usato da sempre, da subito, per farti nascere, crescere, accompagnarti a dormire, a scuola, allo sport, dagli amici, dal pediatra, dal nonno, al parco, a comprare le scarpe, al carnevale. Svelti, svelti, l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta, il lavoro, l’università, il matrimonio, la separazione, ospedali,  nipoti,  disoccupazione,  successi, anzianità,  felicità,  tristezza, amplessi, ricordi, una bolla affrettata  e sommaria con tutto accatastato dentro.
Sbrigati.
Da  vecchio ti devi sbrigare lo stesso a essere in forma o ad andartene per non rallentare il razzo cieco della vita sparato da un nascosto cicerone.
E quando sei morto si sbrigano gli altri per te.
La casa dei pensieri e della sofferenza, delle gioie, dei segreti, dell’intimità viene profanata, esaminata, passata al setaccio, visionata, calcolata, studiata, trasformata. Bisogna svuotarla, venderla, lasciarla, prendere beni, regalarli, dividersi i resti visibili di una intera vita, i più preziosi le lettere, gli oggetti d’amore e quelli della speranza fluttuano come nuvole senza più cielo. Svuotati i cassetti, esaminate le fotografie, da discendenti affettuosi, altrimenti finisce tutto senza pentimenti in un cassonetto. Una intera vita sparisce con la grande illusionista: la morte. Quei giorni lunghi o corti a seconda del ritmo del cuore,  quel non comprendere né il bene né il male per la loro versatilità, sembrava un tempo così duraturo. In un istante di noi non rimane più niente se non quei respiri d’anima che tracciano  profumi di memoria. Quanti fotogrammi abbiamo girato nell’esistenza? Riquadri che sembravano importanti, storie ineccepibili e sbandamenti, sorsi di vino alla luna, violini sul fiume e rotaie che non finivano mai. I viaggi, quei chilometri di terra, mare, aria, dove soggiornavano i sogni talvolta la speranza. Visi che ci passavano accanto, baci lasciati sui ventri, desideri attecchiti di notte e passioni che diventano storie. La malinconia è il lascito di questo esilio.
Tutto è compiuto.
Non ci siamo più.
Ogni generazione si sbriga, dovunque tu sia, bambino, giovane, adulto, vecchio, ti precipiti verso una indecifrabile meta con gli occhi  tirati e spasmi lungo il corpo, una maratona senza tregua,   ogni attività, decisione, raggiungimento va conseguito rapidi per riuscire al meglio  e poter morire a cuor leggero.
Veloci e perturbati dalla necessità ci aggrappiamo, inani e disattenti, a dei, uomini, oggetti, come mendici confusi.
Tacciono le stelle che non hanno bisogno di noi per la loro bellezza.

Al di là del confine ci sono quelli lenti,  creature indefinite,  barboni,  poeti, monaci,  folli,  mistici,  cercatori,  eremiti, sognatori, animali, fiori, una genìa tranquilla che sta lì priva di destinazione e premura,  alberi solenni senza radici.
Vivono nelle pause.
Figli della visione e del niente, abbandonati da ogni padre e da ogni madre, mai riconosciuti perché non sanno parlare linguaggio d’uomini, permangono come gocce di pioggia sui vetri che  spariscono appena scivolate.
Avvezzi all’inezia sono già dileguati prima del morire, non c’è nulla da saccheggiare, nulla che rimanga a testimonianza di quelle anime indocili,  evanescenti  come la luce,  lasciano tracce sull’arcobaleno, le nubi, gli stormi in volo e alla fine ritornano stelle.

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UNA MADRE DI NOME DERNA

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Le chiamano tate, ma sono madri.
Madri per la devozione, l’affetto, la cura, le notti insonni, le poppate, le veglie, i giochi, le favole,  le passeggiate, le risate, le compere, la grazia, le corse, i trastulli, gli abbracci, l’uso illimitato dell’amore.
Lei era così.
Derna.
Veniva da un paese dell’Abruzzo, Alanno, da una famiglia  tutta di sorelle, nove, e genitori umili e tenaci che con il lavoro si conquistavano la vita. Il padre faceva ogni giorno undici chilometri a piedi in andata e ritorno per andare a lavorare perché non c’era l’autobus. La madre era una dea che accudiva le figlie,  qualcuna le morì piccola, cucinava, ricamava, pregava e quando aveva tempo sorrideva. Belli nelle foto da sembrare divi del cinema, una prestanza rara e raffinata. Generosi con chi aveva meno per una innata qualità all’accoglienza.
Venne a stare a casa mia quando avevo circa tre mesi, portandosi dietro una valigia,  i suoi vent’anni e l’ingenuità di chi è sempre buono.
Cominciò così la nostra storia, viva, profonda e penetrante, perché le anime erano uguali e mai ci fu una incomprensione. Anche gli occhi avevamo chiari entrambe, destinate a guardare tra mondi, stelle e nelle curvature delle anime. Mediche per l’innata comprensione delle stanchezze e dei dolori altrui.
A tavola mangiavo così lenta che rimanevo sempre ultima perché già costruivo racconti  e  leggende dove passavano gli eroi, ma lei paziente mi rimaneva accanto perché sapeva che le storie sono parole d’anima e che l’immaginare è suggerimento d’universo.
Andavamo al mare la mattina alle sei e trenta quando ancora sentivo il profumo del cielo e lasciavamo nuove impronte sulla sabbia vergine in uno spazio di luce che ci beava.
Mi recuperava dagli alberi e dai pali, perché come uno scoiattolo salivo sempre in alto con qualche conseguenza per vestiti e incolumità. A tre anni e mezzo già andavo in bicicletta senza rotelle ad una velocità imprudente e lei che era resistente e giovane mi inseguiva ridendo e chiamandomi.
Ci piacevano gli animali e i loro occhi miti, davamo da mangiare ai passeri e non calpestavo le formiche.

Dall’una imparavo l’ineffabile dall’altra la paura.
Il fosso le separava, perché la madre da cui nacqui era una mente persa in baratri inspiegabili e violenti, un vuoto senza meta e senza realtà, una furia che tutto pervadeva, talvolta si placava. Chissà in quale vita le si ruppe  il bene, ma mi fu affidata perché la perdonassi.
Il fato ha le  sue tragedie e le sue resurrezioni.
In vecchiaia, nel perdere altri confini, divenne buona, confusa e affettuosa e capì grandezze e miserie nella sua famiglia, ma  ormai era tardi, anche se vederla  ricomposta nella sua bellezza mi suscitò malinconia e tenerezza.
Con Derna andavo ovunque, al mare, ai giardinetti, al paese, a scuola ed ero fiera di esserle vicino perché sembrava possedere un carisma di forza e gentilezza al quale gli altri si inchinavano.
Fu facile la vita con lei, era tutto amore. Né da  grande   le vidi mai fare uno sgarbo o una maldicenza, era perenne nella sua bontà.
Ogni pianto di bambina ero tra le sue braccia,  ogni chiacchiera, scherzo e pensiero finiva in un abbraccio.
Te ne  sei andata senza avvertirmi, di questo un po’ te ne voglio, mi è rimasta incastonata quell’ ultima telefonata e quel:<<Ti voglio bene. >> con cui sempre finivamo.
Non sarà certo l’eternità ad allontanarci che anzi adesso non c’è più nemmeno la distanza tra le due città perché  mi ero trasferita, ma l’estate tornavo sempre da te.
E’ un tempo nuovo – lasciami abituare –  ora  mi sarai di nuovo accanto sempre, come da bambina,  e ancora abbiamo tanto da vivere insieme, da camminare, da sentire, da capire, inventeremo una vita delicata, come non ne hai mai avute,  complici e impavide,  ci consoleremo a vicenda e  mai mi lascerai la mano.

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LA CIABATTINA

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Il ciabattino, che poi era una ciabattina, lavorava in una piccola bottega, angusta e buia, rimasta grigia  dai tempi del nonno, sembrava sempre polverosa, ma erano gli anni che incanutivano il mobilio,  le scaffalature ricolme di lacci, lucidi, spazzole, accessori, le scarpe da aggiustare e le scarpe dimenticate, le orfane e allora  Maria le svendeva a pochi euro  per togliersi di torno un po’ di impicci.
In quella grande città rumorosa e incurante mentre lavorava a tacchi, suole e cuciture con gesti lenti e misurati  guardava fuori dai   vetri  sempre opachi quelle persone in corsa verso inafferrabili mete.
Aggiustava con la bravura ereditata dal padre che aveva imparato da suo padre, un’abilità e una sapienza tramandate nell’umiltà e nella necessità. Il nonno e suo padre trascorrevano le giornate  fianco a fianco, in quella compagnia tra maschi fatta di lavoro e praticità. All’epoca era un lavoro da uomini ed era un’arte grande, le scarpe che si compravano dovevano durare, lo spreco non era intelligenza né tantomeno il consumare. Ci si badava ai dettagli della vita. La finezza è sempre stata mestiere di anime grandi e sguardi attenti.
Lei si impuntò  perché voleva essere come i fratelli e desiderava che suo padre le insegnasse e siccome era simpatica e ostinata, un po’ alla volta tra sotterfugi, sgridate e promesse ottenne di sedere accanto ai fratelli per guardare e apprendere e nonostante le derisioni dei maschi non perdeva né un dettaglio né una mossa.

Ogni giorno le arrivavano scarpe con tante di quelle storie da raccontare che lei si metteva i tappi per non ascoltare perché la distraevano dal lavoro. Tutte volevano dire da dove venivano e cosa gli capitava  e solo i ciabattini con l’arte tramandata potevano capirle.
I tacchi consumati fin quasi  a metà erano di gente passionale, collerica e prepotente che sprofondava sul tallone.
Le punte lise erano  delle persone lievi, quelle che ancora non hanno ben capito come stare sulla terra e vi camminano per questo in punta quasi che essere visti li spaventi.
La suola logorata all’interno era di quelli timidi e timorosi, con gli occhi a terra e sempre un po’ indecisi.
Le suole consunte all’esterno erano dei trascurati, cresciuti rudemente e senza tante smancerie.
Ma un giorno le capitò un paio di scarpe che non aveva mai visto prima, rovinate sul tacco, sulla punta, sulla suola  interna e quella esterna. Erano un paio di vecchi mocassini blu di buona fattura e pelle, ma non si capiva come camminasse chi le portava, non era possibile consumare quei quattro lati insieme.
Le aveva portate un signore di circa quaranta anni, dignitoso e semplice. Il capo già semi incanutito e le mani lunghe e magre.
<<Buon giorno, può aggiustarle?>>.
Certo che poteva, era il suo lavoro, ma non volle essere scortese.
<<Sì,  vediamo… >>. Tacque a quella vista insolita.
<<Le faccio il preventivo>>.
Era un uomo umile che la guardava preoccupato e lei gli fece un bello sconto che aveva capito che i soldi erano pochi.
<<Sono pronte venerdì>>.
Ma poi venne il tempo della grande chiusura, il mondo si fermò, dicono per un virus, qualcun altro disse per ignoranza, alcuni per interesse e altri ancora tacquero e basta. Serrarono tutti i negozi e tutte le attività, nessuno camminava più, le scarpe furono dimenticate, regine le pantofole che non vanno mai dal ciabattino. Gli uomini tappati  nelle loro abitazioni smisero di uscire  se non per brevi tratti e lei si portò il lavoro rimasto a casa per tenersi occupata e studiare il caso di quelle scarpe strane.
Le aggiustava pensando che non fosse storia umana un appoggio di quel tipo, nessuno può spingere sulle quattro direzioni allo stesso tempo a meno che non sia leggenda, eroe, spirito o mistero.
O forse perfezione.
Tornò la luce, porte e finestre si riaprirono, negozi, ristoranti e bar, ripresero le chiacchiere e le consuetudini, i bambini giocavano in piazza, i cani correvano, voci e pettegolezzi e gli umani si ripresentarono rozzi e bravi tanto quanto prima a seconda del gruppo di appartenenza.
Maria aspettava  il ritorno del proprietario delle scarpe che oramai  le sembravano  un amuleto costruite da qualche mago esperto.
Il signore arrivò di mattina presto portato da un venticello di  primavera, ancora più magro, ma sempre decoroso.
Lei prese le  scarpe senza fiatare, mentre osservava con occhio acuto come lui poggiasse il piede e si accorse che lo posava esterno.
<<Erano molto consumate sui quattro lati>> lo disse con tono certo e forte guardandolo dritto negli occhi.
L’uomo rimase in silenzio, sembrava vergognarsi, ma poi si decise a parlare  perché sapeva che le donne sono una forza inarrestabile.
<<Vivo con i miei tre figli maschi, la madre è morta alla nascita del terzo, siamo emigranti e siccome i soldi non ci sono, di scarpe buone ne compriamo un paio solo all’anno che mettiamo a turno quando serve indossarle per qualche occasione>> tacque sempre guardando in basso. Veniva da una terra  di sole e afa,   sfocata di polvere,  e da bambino le scarpe neanche le portava.
Il nonno le diceva spesso:<< Ricordati Maria che il povero non è mai miserabile, ma solo povero >>.  E che un uomo valeva per la sua bontà e la sua saggezza.
<<Mi chiamo Asad.>>.
Nacque un sorriso così largo che quella bottega   fu per la prima volta illuminata e ognuno si tolse via dal cuore i tagli e le paure.
Amore.
I giorni si infittirono, come mai prima, di palpiti, chimere e fiori.
Si racconta che la ciabattina e l’uomo con le scarpe dalle quattro direzioni si amarono come il sole e la luna, scambiandosi di posto quando serviva, ma sempre  riempiendo gli spazi di bellezza, il mare di riflessi, la terra di rettitudine, il cielo di preghiere,  senza mai lesinare un sogno,  la grazia e un po’ di compagnia a chi era rimasto solo.

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IL VIAGGIATORE

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Sono in viaggio da un tempo che non ricordo, senza bagaglio e con molti occhi.
Mi occupo di innocenti.
Di quei milioni di persone che diventano numeri sui titoli dei giornali, anonime e senza verità, uccise, epurate,  vilipese, torturate, gettate in fosse comuni,  resti di pandemie, genocidi e guerre, ricordate da qualche postero, chi ce l’ha, e poi  dimenticate per la velocità del vivere.
Ci guardiamo disperati, sottomessi, inermi, rassegnati e ancora vivi. Avete mai visto gli occhi degli innocenti?
Sono attoniti. Non possono credere che il male nella sua grandezza si interessi a loro, che quel fato disgraziato fosse  una pagina scritta, che succeda l’orrore, che nessuno li salverà. Rimangono incolpevoli. E non ci sono spiegazioni.
Sempre mi trovo tra un alba e un tramonto che non disfano mai né incanti né uguaglianza.
Li avvicino senza parole, li bacio senza autorità, li stringo a me mentre l’anima va via.
Il dolore sembra  un affare qualunque quando è altrove.
Il mondo e le sue stragi non hanno mai avuto giustizia, a volte, leggere consolazioni.
Condensano nei loro occhi lo  svolgersi  persino dietro le palpebre chiuse, di un palpito, con la fievolezza dello spegnersi, la paura, e il prodromo dell’eterno.
Da bambini produciamo sogni e narriamo storie, pronti al vivere con un inspiegabile slancio del bene, una contaminazione che non si sa da dove venga.
Forse erano in eccesso i sogni o la terra piccola  perché essi si disfano, una evanescenza. L’esistenza dei sogni ci ha ammalato, un’intera vita consacrata a loro che si aprono come nebbia, impalpabili, persi.
Nulla.
E se anche i sogni non avessero senso.

L’amore è il potente, solo lui il materico, l’ insondabile, il perenne.
Possiamo forse sostituire i sogni con l’amore, una impresa smisurata perché lasciare i sogni è il più grande strazio del vivere.
Io sono il viaggiatore.
Non ho nome e ho molti nomi, non ho forma e ho molte forme, senza potere, solo santo perché non posso liberare gli innocenti.
Me li stringo al petto senza pietà e senza godimento, dentro lo squarcio tra mondi che non separa il bene dal male. Piccoli grandi corpi di battiti e desideri, di nefandezze e glorie, carni che non parlano più e non raccontano, solitari, perché si muore soli, eroi di una assurdità.
Quest’anno l’inverno si è appartato, non ci ha badato nessuno, e lui si è liberato in una primavera così maestosa che toglie i sensi. Ridondante, prosperosa, eccessiva, un tempio di bellezza. Sembra l’infinito.
Lacrime.
Attaccate ai ventricoli del cuore, esse sono illimitate, corone del tempo e della disperazione.
Nasce più arte dal dolore che dalla gioia per una compressione di tutti i muscoli e le ossa, una contrazione dei vasi sanguigni e nello schianto la bellezza. Che paradosso.
Vi bacio sulla fronte e sul cuore, i due punti della libertà.
Rimanete, per ancora un po’ di vita e per vedere la primavera. Rimanete per rivendicare diritti e conforto. Rimanete per sciogliere i sogni e trasformarli in amore. Rimanete per le antiche credenze del bene. Rimanete perché non so salvarvi.
Io sono il viaggiatore, colui che più non è, la somma delle origini  e dei cieli, al contempo vi abbraccio e vi abbandono, una sorte che non giustifico, ma sono quello che sono. Come ho potuto basare l’evoluzione sul dolore degli innocenti?
Immemore.

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IL SILENZIO

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Non so cosa rimarrà di me e di questo tempo immoto.
Le città in quiete tra i rami fioriti e i cieli, le strade tranquille, le serrande chiuse, radi passi dispersi in lontananza, le rondini che tornano, la vastità degli spazi.
L’epoca del dramma e della malattia sembra una cartolina vaga e attraente, un fermo immagine su un punto della storia. Un’altra epidemia, una delle tante che spurga epoche e pensieri, le morti si succedono alle lacrime, le famiglie si spezzano, il futuro si annebbia.  Ne ho visti passare, di questi flagelli,  apatici e veloci sull’intero globo, mietere con cadenza gli uni e gli altri, la democrazia delle pestilenze.  La natura riprende il suo corso, le acque splendono, si affacciano i delfini, le anatre nelle fontane, i cieli rilucono e il cinguettio degli uccelli domina le ore. Vi siete accorti del profumo dell’aria?
Gli uomini si nascondono, escono a  rate, i visi celati da sciarpe e mascherine, lontani tra loro, come sempre, litigano, ancora discutono e si denigrano, nel disbrigo della fila in farmacie e supermercati. La paura spadroneggia, la grande signora illegittima e corrotta se la gode, occlude i sensi e sfama l’ignoranza, abbatte i forti e persino gli eroi, si insinua nei pensieri e piega il coraggio. Un’umanità di sudditi, pare all’universo una specie minore. Ma io contengo anche l’universo.
Ingrossa la povertà, la fatica, l’incertezza e molti pagheranno da innocenti, olocausti muti dei quali nessuno racconta. La legge della terra è sempre stata iniqua.

La specie umana, è senza memoria, lascia che la storia sia solo pagine di un libro trascurabile, scorda con impudenza,  cecità, a volte con intenzione, e si rinnovano le sviste,  le assurdità e il dolo. Nessuno riappare  migliore dopo le sciagure, mai successo,  se non colui che già progrediva per intensità d’anima e di cuore.
Mortali.

Io sono prima di ogni cosa, sono la somma di ogni grandezza,  l’inarrivabile, colui che tutto tiene, la luce senza luce e l’oscurità senza buio, persino Dio abita in me.
I buoni.
Eletti per sostenere il mondo non riposano, si affannano, curano, aiutano, non cedono alla fatica, piangono, si ammalano, vivono di fratellanza.
Io sono la misura di tutte le cose, cingo la sapienza, spolpo la ragione, illumino gli asceti, edifico le foreste, siedo sui monti e ascolto i bambini. La primavera si gonfia e, sfila fiori dalle pietre, sui prati, una marea di  colori e petali  si spandono perché essi sono la bellezza ed io li amo.
Io sono il regnante, il supremo, l’origine di ogni arte e l’etimo della poesia, il radicale del cosmo, il medesimo,  a me tutto viene e tutto torna.
Gli unici rimasti liberi sono gli uccelli, gli illimitati del cielo,  signori della grazia e della libertà, saltellano nelle piazze vuote senza briciole e senza compagnia, cinguettano nel mondo sgombro.
Che rimarrà di me nella coscienza?
Soffrono gli uomini di tutto quel che è perso, il lavoro, le certezze,  gli amici, il chiasso, la scansione delle attività, gli affetti,  ogni bene era al suo posto. La sovversione. Essi aspettano che torni il prima.
Solo io rimango fidato e certo, sono il preludio dei sogni e della risurrezione, l’accogliente che tutto ascolta, la pace degli eremiti, il dispensatore, l’inventore della storia e dell’amore. Ora vi servo più che mai,  io che origino tutte le possibilità e la nuova speranza, l’incalcolabile, lo sconfinato, io che conosco tutti i vostri pensieri e sono conforme al sublime.
Che rimarrà di me in voi?
Io sono il silenzio.

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IL BAMBINO CHE PARLAVA CON LA TALPA

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C’era una volta, e ancora c’è, una casa in un parco, una  villa ristrutturata nel tardo ‘800, color sabbia, un parallelepipedo a tre piani, con belle decorazioni pittoriche sopra le finestre e le fasce marcapiano dipinte,  un balcone che appoggia sul portico e l’espressione intensa  di chi ha visto passare storie e persone con i loro corsi e ricorsi. Tutto in uno sfondo di grazia pieno  alberi ad alto fusto, tulipani, giacinti e infiniti fiori  in un giardino inglese dove spicca il laghetto con la fontana. Ogni cosa sembra composta e in ordine, ma lei, solitaria e cieca, scava senza sosta  in quel terreno morbido e ricco, profumoso di fragranze ad ogni stagione. Ammucchia la terra in piccole collinette  marroni che si snodano lungo le geometrie del lavoro e prosegue  di galleria in galleria con una precisione ingegneristica senza pari,  alacre e al buio, sotto i piedi degli uomini, umile,   silenziosa,  timida, una buffezza della natura che scompiglia il parco.
Luigi aveva cinque anni, allegro,  timoroso, sempre curioso e come lei, anche se in superficie, viveva nel buio,  camminava piano,  con attenzione, nato cieco nella terra del sole.
Non si sa bene come fu il primo incontro, anche perché le talpe non escono di giorno e lui non aveva il permesso di allontanarsi, ma successe e  hanno sempre avuto un certo riserbo a raccontare i dettagli di quel primo dialogo, una intimità e un vincolo tra amici. Entrambi ciechi,  con i sensi agili e il tatto raffinato, si trovarono in un angolo discosto del giardino, ognuno consapevole attento dell’esistenza dell’altro. Si misero in pausa, nessuno si mosse e nessuno scappò.
<<Ciao chi sei?>> Luigi fu il più spigliato.
Alla talpa mai  avevano posto quella domanda così colossale e grandiosa e se ne stette piccina con il suo musetto appoggiato sulla terra. Silenzio.
<<Non lo sai?>>.  La talpa rifletteva con le sue grandi zampe rilassate.
<<Va bene, ti chiamerò Phil. Il mio nome è Luigi>>.
Stabilirono quel patto di segretezza e di amicizia sotto il grande sicomoro che veniva dall’oriente.
Nei giorni, nei mesi e anche negli anni seguirono molti incontri tra loro, la talpa usciva fuori dalla sua tanna, guardando oltre gli occhi incerti e Luigi le portava qualche verme, e si miravano con i loro occhi ciechi sapendo che era bello stare insieme, sentendo il mondo attraverso i sensi e il cuore, l’organo di senso di maggiori capacità.
Il caldo, il freddo e il vento mutavano gli odori e le fragranze del giardino, ma loro non si stancavano di  colloquiare degli enigmi della vita.
<<Sai Phil che quando sento il cielo mi sembra illimitato e sicuro>>.
Phil il cielo lo fiutava,  non sapeva se fosse un luogo così confortevole, ma ascoltava i tanti animali che vi volavano dentro quindi dopotutto poteva essere un posto accogliente. La distanza in fondo era solo quella di uno sguardo.
Phil, una sera al tramonto, si lasciò accarezzare e  toccò con il muso la mano di Luigi e avvenne l’incanto, turbati e felici risero entrambi. Le talpe sorridono come noi e i cani, allungando gli angoli della bocca.
Gli infinitesimi dell’amore sfumarono gli ultimi raggi e  non osavano lasciarsi, la notte era tutto il mondo conosciuto, l’ampiezza, e si promisero l’eternità sotto il fresco delle stelle.
Il tempo assomma e rimpiazza i desideri e lasciò che la vita e la morte facessero i loro affari. Luigi divenne ragazzo e poi uomo, Phil morì, ma sempre spuntava una talpa nel giardino, soprattutto la sera, e continuavano le loro conversazioni. Phil aveva raccontato ai suoi figli la storia del suo amico e di generazione in generazione si tramandava il racconto dell’uomo gentile che aveva gli occhi nel buio e il cuore fidato e Luigi, che rimase solo per una ritrosia alla confusione del mondo, custodì l’amicizia, quell’anfiteatro di emozioni, cortesia e libertà nella quiete di un giardino che odorava di zagare e sogni.

(c) Alessandra Corsini – all rights

GLI AMORI DI UNA PIAZZA

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Vivo di respiri, passi, voci e silenzi. I platani sono il mio corpo vivo e la fontana la mia voce,  le quattro Jacaranda con i fiori blu il  vezzo di primavera. Circondata da palazzi d’epoca ospito lo spazio,  il cielo e una  irripetibile attesa.
Sono una bella  piazza del centro storico densa di pensieri, fughe e riposo.
Dentro di me passano le vite di ogni tempo, le età, la storia, gli addobbi, le vesti, le fogge, le mode, le canzoni, le inutilità.  Si susseguono tanti di quei bambini, uomini, donne, anziani, animali, la memoria resta densa di  carezze, ludibrio, gioco e accoppiamenti.
Le piazze non muoiono mai, al massimo rimangono sole.
Alcuni trascorrono molto tempo con me, i malinconici, i solitari, i poeti e gli abbandonati.
C’è l’uomo vestito di bianco, un po’ stile guru, un gran barbone brizzolato, capelli lunghi poco pettinati, prestante, con una vecchia bicicletta, le scarpe alternative larghe e tonde, l’aria tormentata e sempre un libro. Spesso prende tutta la panchina per lungo, si mette con le gambe penzoloni, è alto, e si concentra sul suo libro, Le ore passano, caldo, freddo, luce, buio, lui sempre lì, un vecchio intellettuale del periodo hippy. Non l’ho mai visto sorridere. Una volta è venuto con una bambina sui dodici tredici anni che si è messa a giocare con altri ragazzini in piazza, sua figlia, allegra e spigliata che accarezzava tutti gli animali presenti. Perché qui, oltre ai cani, passeggia un gatto al guinzaglio e pure un maiale chiamato Dior, la star del momento.
Gli anziani sono tanti, spesso si siedono con me, perché osservare il mondo gli tiene compagnia, passano il tempo tra tutte quelle corse, biciclette, skateboard, monopattini, palloni, rollerblade, urla, mamme apprensive e mamme rilassate.
<<Vestiti! Spogliati! Sei sudato. La merenda. Ti sei tutta bagnata. Ecco, lo sapevo che cadevi. Siediti un attimo. Vai a bere>>.
Il loro di tempo si accorcia, in quegli occhi velati, tra cateratte e ricordi, uno strazio e una paura quell’andare via.
La mia preferita è Mirella, bonaria e sorridente, dà il pane secco ai piccioni, con quel vestitino sempre uguale, sul blu, liso come lei, i capelli raccolti in un’antica crocchia e un cappellino bizzarro che la fa sembrare inglese. In inverno ha un cappotto grigio e i guanti neri senza dita. Non alta, qualche chilo in più, e tanta gentilezza, le stanno intorno anche i bambini che, spesso, chiama per nome, lei è la nonna della piazza, una famiglia senza anagrafe, festività e ricorrenze, una famiglia fatta di vento e qualche parola.
<<Come sta signora Mirella?>>
Cani piccoli, grandi, di razza, indecisi, meticci,  festosi, agitati,  un via vai di corse, palline, richiami, nuove conoscenze, muso sedere, qualche ringhio, nervosismi e i più solerti difendono un perimetro aperto senza nemici. Angeli animali che ci camminano accanto perché siamo una specie con poca coscienza. Dior è un loro amico, l’unico maiale che io conosca che abbia risolto le leggi del destino, non  prosciutto ma animale domestico vezzeggiato e coccolato. La verifica dell’impossibile.
Le coppie.
Non ci sono età né regole. Baci, carezze, musi, litigi. Non li capisco questi umani che fanno dell’amore tormenti e sofferenza. Nessuno che voglia star bene come una foglia o un bambino.
Ardori che non posso raccontare e  maltrattamenti che sviliscono l’anima. Baci che vincono, piaceri che bruciano il sangue,  corpi che si tendono ad arco e poi il rilascio dell’impeto. La voce si abbassa, il respiro cede, un armistizio tra forze potenti.
Si accoppiano, si lasciano, piangono.

La notte è la più triste, tra luna e nuvole,  rimangono e passano gli ultimi, i ritardatari, i disperati,  che a osservarli dormire laceri e sporchi sulle panchine, ammassati di buste, li ricordo bambini, curiosi e vitali, con la speranza tra i ricci, e tutta la vita davanti. Da qualche parte l’anima si è rotta.
Ed io so che le anime si spezzano nella violenza, nell’indifferenza, nella mortificazione e nell’abbandono, talvolta muoiono.
Di pietra, gli sussurro sogni e carezze, piano piano, per non spaventarli, con l’aspirazione che tutti i randagi e i destinati a morte, come Dior, possano un giorno avere il riscatto dell’amore.

(c) Alessandra Corsini – all rights

 

I SANTI DELLE GROTTE

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Anguste, umide, segrete, minime. Alcune così striminzite che non si sa come il corpo potesse soggiornarci senza ridursi nelle ossa e nella carne, Le grotte degli eremiti e santi che si cingevano di pietra e di silenzio in quello speco duro dove l’anima prendeva il volume di Dio.  In quel buio filtrato dal canto degli uccelli e i fili della luce gli amati si trovavano. Che follia e che trasporto in quelle costole magre che si incontravano senza parole e senza pregiudizi, esangui e malati tiravano Dio giù in quel buco che chi altro poteva entrarci senza patimenti. Stretti si confidavano l’un l’altro, le mani giunte e irrigidite,  le teste appoggiate a riposare fronte con la fronte, così da leggersi i pensieri ed aspettare il sole in quell’assoluto buio.
Ci si poteva anche morire per l’inedia e il freddo, ma abbracciati  al corpo del Supremo sussurravano l’amore  scaldando i mesi e i giorni che  la pelle si sgretolava senza coscienza.
Estremi in quella vicinanza, anima con anima, senza risparmio di intensità e sapori.
A volte si sentivano profumi quasi che strizzando il corpo gli odori fossero solo dello spirito.
Bernardo, Domenico, Rosalia, Leo, Elia, Francesco, Benedetto,  Anna, Maria, Charbel. Sovversivi e radicali, abbandonavano, le mode, le famiglie, i credi ed ogni bene, lasciando passare le stagioni, nella tenerezza del respiro che entrambi giacevano avviluppati e ardenti tanto che non si distinguevano più l’uno dall’altro perché batteva un solo cuore.
La vita continuava le sue tragedie di miserie,  sopraffazioni e condanne, orfani, vedove poveri, derelitti, storpi, imbelli, truffatori, sciagurati e i dimenticati, questi ultimi sono l’onta di noi che non li guardiamo, e ognuno   recitava il ruolo  assegnato smembrato dalle torture e dall’ignoranza.
Gli anni passavano e dagli antri bui entrava nel mondo un turbine di grazia e luce che si prendeva i piccoli al seno, prima di tutto i reietti che loro proprio non sanno  della dolcezza e dell’ accudimento, né che gli spetta almeno un bacio e un sogno per ritornare uomini.
Gli amati sempre insieme. Poco si sa di quella quotidianità angusta,  i dissapori, le incertezze, le incomprensioni, i tumulti, il perdersi e il trovarsi,   la pace, che quella convivenza stretta con il Supremo, l’Infinito, l’Uno, il Potente, l’Altissimo, il Vivente, l’Eterno, facile non é, può portare all’insania. Come comprendere Colui che tace e pervade l‘universo senza mai una spiegazione senza che condanni né assolva, ma sia per un etimo mai classificato.
L’Esistente.
E quelle ore del giorno fatte di inutilità e di disperazione perché non apre bocca e lascia che sia l’anima a frugare, Lui sempre immoto. Uno spasmo che può diventare sangue e buchi, una vita di patimenti ed esaltazioni perché Lui del silenzio è il maestro e bisogna arrivare all’infinitesimo dell’oblio per essere reciproci.
Fuori e dentro crescono i muschi e pullulano le bestie piccole e quelle grandi, una compagnia di vita che palpita tra rocce e bosco, ma nessuna tocca  quelle carni emaciate e inutili che sopra vi troneggia Dio.
Vaneggiamenti e discussioni, estraneità e la contrazione di ogni regola e buon senso nel lume talvolta di uno stoppino fumoso che disegna sulla roccia le ombre degli amanti, la bocca aperta in un bisbiglio, il cielo nel pertugio, gli occhi ormai estranei all’usuale. Solo loro due. Null’altro.
E quando la contemplazione ha cavato ogni organo e pensiero, ridotto i sensi e annullato la ragione, Lui se ne va e torna il tempo e l’uomo esce dalla grotta, con gli occhi socchiusi, poco avvezzi al sole e la realtà non s’è fatta nuova, ma lui sì, persino gli è rimasto addosso il profumo degli anni trascorsi insieme, una fragranza di infinito che gli ha circonciso gli occhi, da lì si gira e guarda il mondo.

(c) Alessandra Corsini – all rights